È stata pubblicata la prima enciclica di Papa Leone XIV: “Magnifica Humanitas”. Una lettera enciclica, divisa in cinque capitoli con introduzione e conclusione, che rivede la Dottrina sociale della Chiesa ai tempi dell’intelligenza artificiale, ma soprattutto una enciclica sulla “custodia della persona umana nel tempo dell’IA”. Un appello affinché l’intelligenza artificiale serva l’umanità e non il potere di pochi.
L’enciclica di Papa Leone XIV è stata firmata e pubblicata nel 135° anniversario della “Rerum novarum”, “Delle cose nuove” di Papa Leone XIII. Un filo conduttore particolare con il predecessore che viveva forti cambiamenti durante la sua epoca e ora quella “magnifica umanità abitata da Dio” deve promuovere verità, dignità del lavoro, giustizia sociale e pace ai tempi di una nuova sfida: l’intelligenza artificiale.
Nell’Introduzione il Papa è chiaro: all’alba delle nuove tecnologie “vogliamo individuare nuove strade per il bene comune e la promozione di una vita dignitosa per tutti”. Anche nell’Introduzione il Papa parte da Leone XIII che “ha dato impulso”, con la Rerum Novarum, ad una riflessione “sulla società, sull’economia e sulla politica che oggi chiamiamo “Dottrina sociale della Chiesa”.
Come per Leone XIII anche per il Pontefice la Dottrina sociale della Chiesa è essenziale per il magistero e per i popoli. “Sono trascorse molte decadi da allora, e il Magistero, i pastori, i teologi e i fedeli hanno continuato a riflettere sulle questioni sociali alla luce del Vangelo. Oggi la Dottrina sociale della Chiesa è un patrimonio di saggezza, ove troviamo principi per pensare, criteri per discernere e giudicare, orientamenti concreti per agire. Essa si fonda sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione e, in dialogo con le scienze, ci aiuta a leggere con lucidità le sfide del presente, individuando percorsi adeguati per vivere una testimonianza cristiana limpida, con gioia e al servizio del mondo”, si legge nell’Introduzione di Magnifica Humanitas.
Ma quali sono le res novae del nostro tempo? “Se a suo tempo Leone XIII parlava di nuove questioni (rerum novarum), oggi non possiamo semplicemente ripetere i suoi preziosi insegnamenti, ma dobbiamo chiedere a Dio la saggezza per interpretare le grandi tendenze del nostro tempo, in particolare i progressi della tecnica. Negli ultimi anni è divenuto sempre più evidente quanto rapidamente e profondamente la digitalizzazione, l’intelligenza artificiale (IA) e la robotica stiano trasformando il nostro mondo. Lo sviluppo tecnologico ha contribuito nei secoli a un significativo miglioramento delle condizioni di vita dell’umanità; allo stesso tempo, ogni fase del progresso ha mostrato anche il volto ambiguo di strumenti capaci di arrecare danno quando non orientati al bene. Oggi, tuttavia, ci troviamo dinanzi a una situazione nuova, in cui la potenza e la pervasività delle tecnologie emergenti si innestano nella trama della quotidianità, plasmano i processi decisionali e incidono in profondità sull’immaginario collettivo”, si legge ancora nell’Introduzione della prima enciclica di Magnifica Humanitas.
E noi popolo di Dio davanti alle res novae? Nel punto 5 dell’Introduzione il Papa spiega: “Ora tocca a noi assumere con lucidità e responsabilità le sfide del nostro tempo. È necessario adottare strumenti normativi adeguati, capaci di tutelare la giustizia e di contenere gli effetti distorsivi del potere tecnologico. Ma la questione non si esaurisce nella regolamentazione. Un tempo erano soprattutto gli Stati a guidare e indirizzare l’innovazione. Oggi, invece, i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi. Il potere tecnologico assume così un volto inedito, prevalentemente “privato”, e per questo ancora più difficile da discernere, governare e orientare al bene comune”.
Dunque i tempi sono cambiati. Ed “occorre avviare un discernimento condiviso capace di penetrare le radici spirituali e culturali delle trasformazioni in atto” perché “la maggior parte delle persone rimane in attesa, osserva da lontano e spera semplicemente che tutto vada per il meglio”.
Il Papa utilizza due icone bibliche per rappresentare questo momento: la costruzione della torre di Babele e la ricostruzione delle mura di Gerusalemme. Perché “la tecnologia può curare, connettere, educare, custodire la Casa comune; ma può anche dividere, scartare, generare nuove ingiustizie. In astratto, essa non è di per sé una soluzione ai problemi dell’umanità, come non è di per sé un male; ma, concretamente, non è neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa. Per questo la prima scelta non è tra un “sì” o un “no” alla tecnologia, ma tra edificare Babele o ricostruire Gerusalemme: tra un potere che pretende di dominare il cielo e un popolo che, alla presenza di Dio, si mette a lavorare unito per rialzare le mura della convivenza fraterna”, scrive ancora Papa Leone XIV.
“Nel tempo dell’intelligenza artificiale, in cui la dignità umana rischia di essere oscurata da nuove forme di disumanizzazione, abbiamo il dovere urgente di restare profondamente umani, custodendo con amore quella magnifica umanità che ci è stata donata e mostrata nella sua pienezza in Cristo, e che nessuna macchina potrà mai sostituire nel suo splendore. Il vero progresso nasce sempre da un cuore aperto all’altro, a un’intelligenza disponibile all’ascolto, da una volontà che cerca ciò che unisce più che ciò che separa”, è chiaro il Pontefice nell’Introduzione di Magnifica Humanitas.
Il primo Capitolo della enciclica si chiama “Un pensiero dinamico fedele al Vangelo” e si riferisce al cammino attraverso il quale la Dottrina sociale della Chiesa ha preso forma nel Magistero recente dei Papi e del Concilio Vaticano II.
Nel primo capitolo vengono più volte nominati San Giovanni Paolo II e Papa Francesco perché entrambi ribadiscono che “non conta anzitutto occupare spazi di potere o presidiare roccaforti culturali, ma avviare processi di bene e lasciarli maturare; così la verità del Vangelo non si impone dall’alto, ma cresce nel tempo, dentro l’intreccio concreto delle vite, delle comunità e delle culture”.
Papa Leone ricorda che l’espressione “Dottrina sociale della Chiesa”fu impiegata per la prima volta da Pio XII nel 1950, ma il contenuto che essa racchiude, inteso come corpus organico di insegnamenti sociali, ha cominciato a delinearsi con l’Enciclica Rerum novarum di Leone XIII. Come riportato nel paragrafo 30 del primo capitolo “l’Enciclica Rerum novarum di Leone XIII costituisce una pietra miliare nell’evoluzione del Magistero sociale”.
“Sebbene molte condizioni storiche descritte da Leone XIII siano mutate, restano di grande attualità almeno due acquisizioni: il primato del lavoro umano su ogni logica puramente produttiva o finanziaria, con la conseguente attenzione alle persone e alle famiglie maggiormente esposte allo sfruttamento, e il nesso inscindibile tra annuncio evangelico e ricerca di un ordine sociale più giusto. Così Rerum novarum continua a ricordarci che non c’è autentica evangelizzazione che non tocchi anche le strutture della convivenza umana”, scrive ancora Papa Leone XIV nel primo capitolo della sua enciclica.
Poi viene nominata anche l’Enciclica “Quadragesimo anno” di Pio XI del 1931, scritta nel pieno della grande crisi economica mondiale. Essa “denuncia la concentrazione del potere economico nelle mani di pochi; critica sia la concorrenza senza limiti sia quei progetti collettivistici che annullano la libertà e la responsabilità delle persone; richiama con forza il diritto di associazione dei lavoratori e ribadisce l’esigenza che il salario sia proporzionato non solo alla prestazione, ma alle necessità del lavoratore e della sua famiglia”. Molto di allora c’è nei tempi di oggi.
Infatti il Papa sottolinea sempre nel primo capitolo: “Per il nostro tempo restano particolarmente attuali almeno tre intuizioni del suo insegnamento sociale: la consapevolezza che le ingiustizie non riguardano solo i comportamenti individuali ma anche le strutture economiche e istituzionali; il valore del principio di sussidiarietà, che invita a rafforzare il tessuto associativo e comunitario, evitando nuove concentrazioni di potere; e il legame tra dignità del lavoro, giusta retribuzione e possibilità reale per le famiglie di condurre una vita umana decorosa”.
Nel paragrafo 33 il Papa accenna a “Mater et magistra” e “Pacem in terris” di San Giovanni XXIII. “Collega in modo organico la dignità della persona al riconoscimento di diritti e doveri fondamentali e propone un ordine della convivenza – anche sul piano internazionale – fondato su verità, giustizia, amore e libertà”, cita Papa Leone XIV.
Arriviamo a Paolo VI. Con la “Octogesima adveniens”. “Per la Dottrina sociale della Chiesa, il lascito più esigente di Paolo VI è proprio questo: finché nel mondo vi saranno popoli esclusi da uno sviluppo degno dell’essere umano, la comunità cristiana non potrà accontentarsi di proclamare la pace in astratto, ma dovrà lasciare che il Vangelo giudichi, a partire da chi ne resta ai margini, quelle strutture economiche e politiche che, come avrebbe ricordato Giovanni Paolo II, possono diventare vere e proprie «strutture di peccato» perché nessuna persona e nessun popolo sia trattato come sacrificabile nei processi di sviluppo”, scrive il Pontefice in Magnifica Humanitas.
“La verità è un bene comune, non una proprietà di chi ha potere e visibilità”. Probabilmente è questo il criterio centrale della Magnifica Humanitas, la prima enciclica di Leone XIV. Non una enciclica sull’intelligenza artificiale, ma una enciclica sulla Chiesa nel mondo nell’era dell’intelligenza artificiale. Un’enciclica di Dottrina Sociale, che funziona anche come un utile ricapitolazione di quello che è stato detto in precedenza, e che semplicemente applica i criteri all’oggi.
Così, dopo i primi due capitoli in cui Leone XIV si dilunga sul magistero sociale dei suoi predecessori, ci si trova di fronte a tre capitoli che definiscono proprio i grandi temi dell’oggi: “Tecnica e dominio. La grandezza della persona umana e le promesse dell’IA”; “Custodire l’umano nella trasformazione: verità, lavoro e libertà”; “La cultura della potenza e la civiltà dell’amore”.
E già dai titoli è chiaro l’intento finale, che è quello di costruire una civiltà dell’amore, una civiltà cristiana, con l’esempio di vari martiri “sociali” del XX secolo – da Sant’Oscar Romero al vescovo Angelelli – e con sempre in mente “La città di Dio di Sant’Agostino”, sebbene poi c’è molto dell’impronta gesuita nel testo, e si trova nella richiesta di discernimento personale, nel continuo dialogo con il mondo, nel riferimento (a volte un po’ pragmatico) allo Stato per superare i conflitti.
Prima di entrare nel dettaglio dell’enciclica, vale la pena riassumere alcuni temi chiave.
Grande importanza è data all’educazione, e si chiede un’“alleanza educativa per l’era digitale”, mentre si proclama la centralità nella scuola. Il lavoro non è definito come un mero strumento, ma come un qualcosa che esprime ed accresce la dignità della nostra vita, e per questo ci vuole un’economia che valorizzi la dignità.
Leone XIV chiede anche di superare gli attuali parametri di misurazione del grado di sviluppo, anche perché l’intelligenza artificiale crea nuovi squilibri mondiali, nuove oligarchie (il testo non le definisce in questi termini, ma il senso è pressappoco quello) dove sono in pochi a detenere il potere della conoscenza, dei dati, della gestione della stessa intelligenza artificiale, tanto che si parla di un colonialismo che oggi “si appropria dei dati, non domina i corpi”.
E l’enciclica mette anche in luce che la rivoluzione digitale sta cambiando la grammatica dei conflitti, denuncia un “espandersi della cultura della potenza a discapito della civiltà dell’amore”, nota un cambio di paradigma nel discorso pubblico e nelle scelte di riarmo, e per questo chiede di creare criteri di riconoscimento a partire dalla responsabilità personale, con l’invito di passare da una cultura della potenza ad una cultura del negoziato.
Ci sono diversi temi che andrebbero sviluppati. Come nel punto 81, quando si nota che “un banco di prova decisivo per la giustizia sociale oggi è rappresentato dalla condizione dei migranti, dei rifugiati e di quanti sono costretti a spostarsi a causa della povertà, della violenza, dei cambiamenti climatici e dei disastri ambientali.”. O quando, al punto 92, si punta il dito contro il paradigma tecnocratico, denunciato, sì, da Papa Francesco nella Laudato Si, ma anche messo in luce da Benedetto XVI nella Caritas in Veritate.
Non si parla mai, nell’enciclica, di un’“autorità mondiale con competenze universali sull’IA”, come richiesto dalla Santa Sede nei fora internazionali. Ma si mette in luce (punto 95) che “in molti casi nel contesto digitale, il controllo delle piattaforme, delle infrastrutture, dei dati e della capacità di calcolo non è appannaggio degli Stati, ma di grandi attori economici e tecnologici che, di fatto, fissano le condizioni di accesso, le regole della visibilità e le possibilità stesse di partecipazione”.
Leone XIV sottolinea (punto 104) che “non si può considerare l’IA moralmente neutra”, perché “se un sistema viene concepito o impiegato in modo da trattare alcune vite come meno degne, o da escluderle senza possibilità di appello, esso non è un semplice strumento ‘da usare bene’: introduce già un criterio che contraddice la dignità inalienabile della persona.”.
Insomma, non basta “la moralizzazione delle macchine” (punto 107), perché “quelli che controllano l’IA impongono la loro visione morale, che sarà la struttura invisibile di questi sistemi”, e per questo c’è bisogno di una “una politica più presente, capace di rallentare dove tutto accelera e di proteggere gli spazi in cui le comunità possono ancora partecipare e interrogarsi.”.
La Dottrina Sociale – nota Leone XIV – fornisce una cornice per comprendere la nuova realtà, proprio perché parla di bene comune, mettendo in luce “questa nuova forma di asimmetria epistemica, economica e politica”, e perché parla di destinazione universale di beni, che significa “assicurare l’accesso universale alle tecnologie e alla formazione”. Ma la Dottrina Sociale parla anche di sussidiarietà, che significa “proteggere la capacità delle comunità di fare scelte e correggere”, e di solidarietà, che “ci obbliga a riconoscere il lavoro invisibile, spesso sfruttato, che alimenta i modelli algoritmici”.
Leone XIV chiede di “disarmare l’IA”, che significa “sottrarla alla logica della competizione armata, che oggi non è più solo militare ma economica e cognitiva”. Denuncia, il Papa, che “Quando l’efficienza diventa misura del valore, l’essere umano è tentato di pensarsi come un progetto da ottimizzare più che come una creatura chiamata alla relazione e alla comunione”.
Al punto 117, Leone XIV sottolinea che la questione centrale “non è l’uso della tecnica in quanto tale, ma la visione che vi soggiace: se l’essere umano è trattato come materiale da perfezionare o da oltrepassare, allora diventa più facile accettare che alcuni vengano considerati meno utili, meno desiderabili, meno degni”.
C’è spazio anche per la promozione di un’“ecologia della comunicazione” (punto 137), che, a livello pubblico, prevede una maggiore trasparenza e una protezione dei dati personali, mentre a livello sociale e culturale richiede un “rafforzamento dei corpi intermedi, un giornalismo serio e luoghi di confronto in cui contino l’argomentazione e la verifica più che la reazione immediata;”, con una maggiore attenzione alla consapevolezza educativa delle famiglie.
Leone XIV mette in luce anche il rischio del controllo sociale “reso possibile dalla raccolta massiva di dati e dall’uso di sistemi algoritmici.” (punto 171), mentre il test decisivo per il discernimento etico è “la lotta contro nuove forme di schiavitù”.
Leone XIV sottolinea che “non è lecito affidare a sistemi artificiali decisioni letali o comunque irreversibili”. Non esiste un algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile. L’IA non sottrae il conflitto alla sua intrinseca disumanità: può soltanto renderlo più rapido e impersonale, abbassando la soglia del ricorso alla violenza e trasformando la difesa in previsione operativa, con le vittime ridotte a dati.”.






