Dal Vangelo secondo Giovanni
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Parola del Signore.
La riflessione
Il brano di Gv 20,19-23 si colloca nel quadro delle manifestazioni del Cristo risorto (Gv 20-21). La «sera» preannuncia la notte, l’avvicinarsi delle tenebre. Nell’assenza di Gesù queste sono sempre in agguato (cfr. 6,16; 13,30), ma ormai la storia ha preso un nuovo corso. Il «primo giorno» fa pensare a una nuova creazione. Gesù si era fatto vedere alla Maddalena, ma non ai discepoli, per questo hanno «paura» e sono a «porte chiuse». La situazione è reale e simbolica: riguarda la chiesa di allora e di sempre. La designazione «i discepoli» (con l’articolo) non si riferisce ad alcuni di essi (ai soli apostoli) ma alla totalità, a tutti quelli che si potevano onorare di tale appellativo. I «Giudei» non fanno più paura quando Giovanni scrive, ma vi sono sempre alcuni che hanno preso il loro posto.
Il clima di persecuzione, di ansietà serve anche a rendere più credibile l’esperienza che l’evangelista sta per riferire; l’incontro con il Cristo risorto non può essere frutto di immaginazione. Gesù è sempre «in mezzo» ai suoi; vive con essi (cfr. Mt 28,19-20). È questa la fede permanente della Chiesa.
La «pace» è la tranquillità in e con se stessi, la serenità d’ animo, che può scaturire solo dalla convinzione di avere Cristo vicino; per tal motivo è anche fonte di gioia. La predicazione pasquale ha fatto ricorso anche a particolari didattici (il tocco delle mani e del costato) per avallare l’annuncio della risurrezione. Il loro valore è soprattutto catechistico. I discepoli non sono con un altro Cristo, ma con colui che è vissuto e morto per la loro salvezza e per la salvezza di tutti.
Il messaggio della pace è ribadito («mando voi») perché essi sono inviati a trasmetterla agli uomini. Gesù ha avviato una missione: altri debbono portarla a compimento. Un rito (il soffio) accompagna le parole di investitura («ricevete»). Jahvé alitò sulla statua di argilla e ne venne un essere vivente (Gen 2,7). Tutti gli inviati di Dio (i giudici, i re, i profeti, il messia, la madre) sono uomini dello Spirito. Gesù ripete la stessa operazione sui discepoli ancora inebetiti dalla paura e fa di loro dei missionari zelanti. Bisogna rinascere nello Spirito, ha annunziato Gesù a Nicodemo (3,6). Il battesimo cristiano verrà amministrato con Spirito Santo, preannuncia il Battista (Gv 1,33).
Tali sono anche i discepoli di Gesù, in vista della missione che debbono svolgere nel mondo: liberare gli uomini dal peccato. Il «peccato» è per Giovanni (8,33) l’ordinamento ingiusto in cui gli uomini si trovano inseriti; i «peccati» sono le operazioni concrete (le ingiustizie) con cui si sancisce tale disordine. Rimettere i peccati equivale più a liberare, sciogliere, lasciar cadere, esonerare che perdonare. La comunità non è chiamata a pronunciare sentenze di innocenza o di colpevolezza, ma a portare avanti una lotta al male, al peccato, all’ingiustizia, in modo da trarre fuori, quindi liberare quelli che in qualsiasi modo vi fossero impigliati. Non è un’opera omiletica o didattica, ma pastorale.
«Li imputerete», lo stato pertanto di quelli che non credono è di rimanere nella loro situazione di peccato, e davanti a un tale stato di cose i cristiani non possono rimanere indifferenti, debbono ergersi a condannarlo, a farne ricadere la colpa su chi spetta.
Conclusione
Il peccato è dimenticanza di Dio, ma più ancora è dimenticanza di un disegno in cui tutti gli uomini trovano comprensione, dignità, rispetto, stima. La chiesa che lotta per l’instaurazione del regno di Dio e di Cristo, lotta anche per la piena promozione dell’uomo, per la sua liberazione da ogni forma di egoismo, ma anche di ingiustizia, di sopraffazione.
Lo Spirito è l’anima di tutta la chiesa, anche delle strutture, esse sono subordinate allo Spirito, come sono soggette alla parola di Dio. L’ubbidienza allo Spirito di Dio deve prevalere sull’obbedienza agli «uomini di Dio» (cfr. At 4,19).





