”L’idolatria del profitto e del rendimento, la frenesia di dover sempre produrre ed essere vincitori, così come il culto della propria immagine, non sono altro che anestetici per addormentare la nostra coscienza e adattarla a una certa idea di società”. Così mette in guardia il Papa rispondendo alle domande dei giovani alla veglia allo stadio di Barcellona.
”Quando le persone imparano a fermarsi, a dare valore alle cose importanti, – osserva – ad apprezzare il tempo in modo nuovo e a riflettere sulla propria vita lasciandosi illuminare dal Vangelo, sviluppano anche un pensiero critico nei confronti di un sistema sociale che non pone la persona al centro e provoca situazioni di ingiustizia e di povertà esistenziali a diversi livelli. Ecco perché l’inquietudine fa paura, così come la scoperta dell’interiorità, della spiritualità e ancor più del Vangelo. Seconda riflessione: è in questo mondo che dobbiamo coltivare l’inquietudine, non in un altro”.
”Ci sono momenti di oscurità e di sofferenza che la nostra società mette a tacere, perché proprio alcuni modelli culturali ci vogliono sempre vincitori e perfetti e, per questo, il limite, la fragilità e il dolore devono essere eliminati, confinati nel silenzio assordante della solitudine o addirittura della vergogna”. Il Papa, alla veglia allo stadio di Barcellona, risponde ad una ragazza che ha tentato il suicidio. ”E, in questi momenti – osserva Leone – possiamo pensare istintivamente che anche Dio ci abbia abbandonati”. ” Ma la croce di Gesù ci dice che Dio non ci abbandona, che Egli rimane crocifisso con noi nel momento del dolore e della solitudine estrema, che Egli raccoglie non solo le nostre lacrime, ma il grido della nostra sofferenza che gli altri non ascoltano”, osserva il Pontefice. ”Queste esperienze – dice Leone – offrono un messaggio anche a noi credenti, a tutta la Chiesa: non dobbiamo spiritualizzare il dolore, riconducendolo superficialmente alla ‘volontà di Dio’ o a qualche suo misterioso progetto, perché questo rischia di minimizzare quella sofferenza, di metterla a tacere, di ferire le persone. Dio non vuole la sofferenza, la porta con noi e ci invita a confidare in Lui con perseveranza. Ricordiamo ciò che diceva Papa Francesco: con Dio, la vita rinasce sempre”.
Il Papa affronta anche la piaga dei femminicidi. Interpellato da una ragazza il cui padre ha tentato di uccidere la madre, Leone ha osservato: ”Tante notizie di cronaca nera, ancora oggi, riflettono un clima avvelenato nei rapporti familiari, caratterizzato da abusi e oppressioni, e in particolare dalla violenza contro le donne, che purtroppo spesso sfocia anche in femminicidi”.
”Siamo tutti chiamati ad affrontare questa drammatica realtà – ha osservato Prevost – sia personalmente che come società, perché spetta a noi affrontarla in tutte le sue dimensioni. Non possiamo attribuire a Dio ciò che è stato affidato alla nostra responsabilità; non possiamo immaginare che Dio dall’alto risponda automaticamente ai nostri bisogni o impedisca miracolosamente che il male accada. Egli ci ha dotati di intelligenza e volontà, ci ha dato una coscienza, ci ha rivestiti di dignità e di libertà, e soprattutto è venuto incontro a noi per indicarci, nel suo Figlio Gesù Cristo, la via da seguire affinché la nostra vita sia pienamente umana e nella nostra società regnino la giustizia, la pace e la fraternità”.
”Ci ha dato il suo stesso Spirito, proprio affinché l’amore sia la chiave di tutti i nostri rapporti umani. Se esiste la violenza, se trionfa l’egoismo – ha osservato Leone interpellando le coscienze – se persino l’amore tra familiari si trasforma in odio, dobbiamo porci alcune domande su noi stessi, sulle dinamiche della nostra società, sulla cultura dell’individualismo, sulla tentazione della violenza, e non su Dio”.
Il Papa incontra Bad Bunny, la star portoricana anti-Trum
Per giorni l’incontro è aleggiato nell’aria. Ne aveva parlato con estrema serenità lo stesso Pontefice con i giornalisti nel volo che da Roma lo ha portato sabato mattina a Madrid dove la star portoricana già si trovava da giorni per dieci date sold out. “Magari oggi tra noi due i giovani scelgono lui ma poi la domanda di senso arriva”, aveva detto placido.
E così è arrivato infine ieri sera anche se solo oggi è trapelato, il faccia a faccia tra Bad Bunny, il primo cantante della storia a vincere i Grammy Awards in lingua spagnola quando aveva lanciato un duro attacco contro le retate dell’lce, e il primo Pontefice di origine americana. Ai Grammy Awards, Bad Bunny aveva gridato “ICE fuori” aggiungendo che gli immigrati non sono “selvaggi, animali o alieni”, come spesso li definisce il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump.
Tra Leone e la star originaria del Portorico si è trattato di un incontro privato, al riparo da telefonini indiscreti, in una saletta vip dello stadio Santiago Bernabeu, dove Leone ha ricevuto un grande tributo di folla, 80 mila persone in giornate tutte scandite da platee piene e standing ovation. Dell’incontro non sono state diffuse foto ufficiali. Il Vaticano lo ha confermato dopo alcune indiscrezioni di stampa precisando che il Papa ha ricevuto anche i familiari e alcuni collaboratori della star della Casita. Top secret, per ora, il contenuto della conversazione.
Prevost ha parlato quindi in catalano sbarcando a Barcellona, seconda tappa del viaggio che sta conoscendo numeri importanti quanto a partecipazione dei fedeli. Poche parole, perfettamente pronunciate e calibrate sull’invito a superare le divisioni e le polarizzazioni, cuore tematico del viaggio dalla Cattedrale della città situata nel barrio gotico.
A Barcellona, tra nuovi bagni di folla dalla Papamobile, incontri istituzionali come quello con il presidente della Catalogna Illa che tanto aveva insistito perché Prevost parlasse in catalano, la benedizione di alcune ambulanze dirette in Ucraina e un breve saluto con il pensiero rivolto al Medio Oriente con i vescovi dell’area accompagnati dal cardinale di Marsiglia, Jean Marc Aveline, i riflettori sono già puntati su domani quando ci sarà l’attentissima inaugurazione della Torre di Gesù della Sagrada Familia. L’opera di Antoni Guadì, mito del nazionalismo catalano, viene benedetta da Leone nel centenario della morte del genio dell’architettura, fervente cattolico per il quale è in corso una causa di beatificazione arrivata al riconoscimento delle virtù eroiche.
Il pontefice benedicendo la Torre con l’accensione della grande croce luminosa che domina il cielo delle capitale catalana, metterà idealmente una punto nella storia iniziata oltre un secolo fa da Gaudì segnando una tappa decisiva nel completamento dell’opera che ha plasmato l’identità di Barcellona.
La Torre di Gesù, alta 172,5 metri, è finalmente completata dopo l’installazione dei quattro bracci orizzontali della grande croce posta in cima alla guglia più alta, coronata dall’Agnus Dei, progettato da Andrea Mastrovito. Rivestita di ceramica bianca smaltata e vetro, la croce rifletterà la luce del sole durante il giorno e brillerà di notte, come previsto dagli ‘Albums del Temple’, i documenti che raccolgono la visione originaria di Gaudì.




