Due sermoni finora sconosciuti attribuiti a Sant’Agostino potrebbero entrare a far parte del vastissimo patrimonio delle opere del grande Padre della Chiesa. Il ritrovamento arriva da un manoscritto latino del XII secolo conservato nella Biblioteca di Pelplin, nel nord della Polonia, e rappresenta uno dei più significativi contributi degli ultimi decenni agli studi agostiniani. A identificarli è stato Christian Tornau, docente di filologia latina all’Università di Würzburg, incaricato di analizzare un codice appartenuto originariamente all’abbazia cistercense di Bad Doberan, nell’attuale Germania nord-orientale.
La scoperta è stata annunciata dall’Università di Würzburg e apre una nuova fase di studio destinata a confluire in un’edizione critica dei due testi, attualmente in preparazione nell’ambito del Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum (Csel), il principale progetto internazionale dedicato all’edizione scientifica delle opere dei Padri della Chiesa in lingua latina. La pubblicazione è prevista entro la fine del 2026.
L’intera vicenda ha avuto origine da un incarico apparentemente ordinario. Nel corso del 2024 il professore Tornau è stato contattato da un rappresentante dell’associazione che si occupa dell’antica abbazia di Bad Doberan. Al filologo è stato chiesto di decifrare e studiare un manoscritto medievale che un tempo apparteneva proprio al monastero tedesco e che oggi è conservato nella sua antica “casa figlia” di Pelplin, in Polonia. Il codice raccoglie sei sermoni attribuiti ad Agostino d’Ippona. Durante l’analisi è emerso però un dato inatteso: quattro dei testi erano già noti alla tradizione editoriale moderna, mentre due risultavano completamente assenti dalle edizioni critiche e dai repertori delle opere agostiniane. “Due dei sei sermoni sono scritti di Agostino finora sconosciuti”, ha spiegato Tornau, sottolineando come il ritrovamento sia emerso nel corso di un lavoro filologico destinato inizialmente a un semplice studio del manoscritto.
Agostino d’Ippona (354-430), vescovo della città di Ippona Regia nell’attuale Algeria, è considerato una delle figure più influenti dell’intera storia del cristianesimo occidentale. Il suo pensiero ha esercitato un’influenza decisiva sulla filosofia medievale, sulla teologia cristiana, sulla dottrina della grazia, sull’ecclesiologia e sulla riflessione riguardante il rapporto tra fede e ragione. Le sue opere sono state copiate, commentate e trasmesse per oltre quindici secoli in migliaia di manoscritti. Proprio per questa enorme diffusione, il corpus agostiniano continua ancora oggi a essere oggetto di nuove indagini filologiche, revisioni e verifiche di autenticità.
I due testi appena identificati affrontano uno degli episodi più enigmatici dell’Antico Testamento: la consultazione della negromante di Endor da parte del re Saul, narrata nel Primo Libro di Samuele. Secondo il racconto biblico, Saul si trova ormai alla vigilia della battaglia contro i Filistei. Disperato, non riceve risposta da Dio attraverso i profeti o altri mezzi di rivelazione. Decide quindi di rivolgersi clandestinamente a una negromante, nonostante la stessa pratica fosse proibita dalla legge religiosa israelitica. Su richiesta del sovrano, la donna evoca quella che appare come l’anima del profeta Samuele, morto da tempo. Lo spirito predice a Saul una sconfitta imminente e la sua morte sul campo di battaglia. È proprio questo episodio ad aver suscitato per secoli uno dei dibattiti teologici più complessi della tradizione cristiana.
L’interrogativo centrale riguarda la natura dell’apparizione di Samuele. La negromante ha davvero evocato il profeta? Oppure si tratta di un inganno demoniaco? O ancora, è stato Dio stesso a permettere eccezionalmente quell’evento per annunciare a Saul il giudizio ormai inevitabile? Da questa domanda nasce una riflessione più ampia sul cosiddetto problema della teodicea: come conciliare l’onnipotenza divina con eventi che sembrano contraddire l’ordine stabilito da Dio o consentire pratiche proibite come la negromanzia.
Secondo Tornau, i due sermoni affrontano proprio queste possibili interpretazioni. Il primo sarebbe stato pronunciato durante una celebrazione domenicale e si concluderebbe senza offrire una risposta definitiva, limitandosi a presentare le diverse possibilità interpretative. Solo nel secondo sermone, pronunciato il mercoledì successivo, il predicatore riprenderebbe il tema sviluppando più approfonditamente le varie ipotesi teologiche Una struttura didattica che, secondo gli studiosi, riflette perfettamente il metodo argomentativo di Agostino.
Per Christian Tornau non è soltanto il contenuto a suggerire l’attribuzione ad Agostino. Anche lo stile letterario, il linguaggio, l’impostazione retorica e perfino l’uso dell’ironia richiamerebbero in maniera convincente il modo di scrivere del vescovo di Ippona. Una delle caratteristiche più riconoscibili dell’autore, infatti, consiste proprio nel presentare più interpretazioni possibili di un passo biblico senza imporre immediatamente una conclusione definitiva, lasciando spazio alla riflessione personale dell’uditorio. Secondo il filologo tedesco, questo procedimento emerge chiaramente nei due sermoni appena individuati, contribuendo a rafforzarne l’autenticità.
La prudenza, tuttavia, resta fondamentale. Nel corso della storia degli studi agostiniani non sono mancati casi di opere attribuite erroneamente ad Agostino e successivamente riconosciute come pseudoepigrafiche. Per questo motivo Tornau ha sottoposto i testi a un lungo processo di verifica insieme allo specialista Clemens Weidmann, uno dei maggiori esperti internazionali della tradizione manoscritta agostiniana. L’analisi è stata affiancata da approfondite ricerche filologiche e da un confronto scientifico internazionale culminato in una scuola estiva organizzata a Vienna nell’autunno del 2025.
All’iniziativa hanno partecipato una ventina di studiosi di filologia latina chiamati a discutere ogni aspetto linguistico, stilistico e testuale dei due sermoni. Secondo quanto riferito dall’università tedesca, al termine delle verifiche è emerso un consenso condiviso sull’autenticità dei testi. Gli studiosi, tuttavia, continuano a mantenere un approccio prudente, sottolineando che la conferma definitiva passerà attraverso l’edizione critica completa e l’analisi dell’intera tradizione manoscritta.
Uno degli aspetti più interessanti della ricerca riguarda la storia materiale del codice. Il manoscritto conservato a Pelplin è stato copiato nel XII secolo, una data che gli studiosi considerano relativamente tarda per una raccolta di sermoni agostiniani. Più frequentemente, infatti, simili raccolte derivano da copie realizzate tra l’VIII e il IX secolo. Per spiegare questa particolarità, Tornau ipotizza che il codice polacco dipenda da un manoscritto ancora più antico proveniente dall’abbazia di Amelungsborn, nella Bassa Sassonia.
A sostegno di questa ricostruzione esiste un antico catalogo medievale del monastero che descrive una raccolta caratterizzata dagli stessi titoli e dalla medesima successione dei testi presenti nel manoscritto di Pelplin. Una prova definitiva, tuttavia, non sarà probabilmente mai disponibile. L’intera biblioteca dell’abbazia di Amelungsborn andò infatti distrutta durante la Guerra dei Trent’anni, tra il 1618 e il 1648, cancellando gran parte delle testimonianze materiali necessarie a ricostruire con certezza la trasmissione del testo.
Lo stesso ricercatore invita a non enfatizzare eccessivamente la scoperta. Il ritrovamento, spiega, non è paragonabile alla celebre identificazione dei trenta nuovi scritti agostiniani avvenuta a Magonza nel 1990, uno degli eventi più importanti della filologia patristica del XX secolo. Il valore scientifico dell’individuazione risiede piuttosto nella possibilità di ampliare ulteriormente un corpus già immenso con due testimonianze finora sconosciute, capaci di offrire nuovi elementi sulla predicazione di Agostino, sul suo metodo esegetico e sul modo in cui affrontava alcuni dei passi più problematici delle Scritture. I due sermoni rappresentano inoltre una preziosa testimonianza della lunga storia della trasmissione dei testi nel Medioevo latino. Copiato nel XII secolo, passato attraverso le reti monastiche dell’Europa centrale e orientale, conservato per secoli nelle biblioteche ecclesiastiche e infine riscoperto grazie alla ricerca filologica contemporanea, il manoscritto di Pelplin racconta il percorso secolare con cui il patrimonio culturale dell’antichità cristiana è giunto fino ai giorni nostri. L’edizione critica, attesa entro la fine del 2026, dovrà ora ricostruire nel dettaglio la storia del testo, verificarne definitivamente la tradizione e collocare questi due nuovi sermoni all’interno dell’opera complessiva di Agostino d’Ippona. Se le conclusioni degli studiosi saranno confermate, il corpus di uno dei più grandi pensatori della cristianità occidentale si arricchirà di due nuove pagine rimaste nascoste per quasi nove secoli in un manoscritto medievale conservato in Polonia.





