“Nel ricordo ci misuriamo con il mistero della terribile, inquietante forza distruttrice del terremoto, le cui conseguenze non finiscono con l’ultima scossa. Anche per questo sentiamo insopportabile la così diffusa cultura della potenza, che rovina la convivenza, le cose, e scatena violenza e guerra che tutto distrugge”.
Lo dice il presidente della Cei, il card. Matteo Zuppi, celebrando la messa presso l’area Sae di Pescara del Tronto, ad Arquata del Tronto, in occasione del 10/mo anniversario del sisma che colpì il Centro Italia. “Del terremoto – osserva – conosciamo le conseguenze del male. Della guerra le responsabilità sono chiare, così come le complicità e tutto quello che favorisce quel vortice di violenza e di odio che poi nessuno riesce più a governare. La domanda di rinascere la portiamo nel cuore per le conseguenze di quei minuti drammatici, che sono segnate da queste pietre e che avete ricordato questa notte”. “Partiamo sempre da quel dolore quando il cielo crolla addosso e le fondamenta del mondo sono scosse, quando tutto diventa imprevedibile e si rivolta contro – continua Zuppi -. Non vogliamo dimenticarlo. Non possiamo. Riviverlo ci fa sentire l’urgenza di curare le ferite che ha provocato, perché abbiano la cura necessaria”.
Sappiamo – continua Zuppi – che non sono senza conseguenze il tempo perduto e le risposte non date.
Quanti anziani speravano di vedere di nuovo quello che il terremoto aveva distrutto e hanno sperimentato l’amarezza di chiudere gli occhi lontano dalle proprie case? Quanti non hanno la forza per aspettare e sono andati altrove?”.
Il presidente della Cei indica anche per la ricostruzione post-sisma il modello di Papa Leone: “Il metodo di Neemia per tutte le sfide che dobbiamo affrontare e per mettere per tutti sempre al centro la nostra magnifica humanitas. È il valore del lavoro condiviso che rende sicura la città di Dio per gli esuli ritornati. Dobbiamo sempre cercare di edificare insieme – spiega -, trasformando la storia di ognuno in una risorsa e facendo dell’ascolto e del dialogo il terreno comune su cui far crescere giustizia e fraternità. È quello che sperimentammo con le migliaia di volontari, associazioni, istituzioni, operatori, uomini e donne comuni che hanno sostenuto queste nostre terre con gesti concreti, vicinanza e condivisione”.
“A dieci anni di distanza – conclude – vogliamo manifestare un convinto segno di riconoscenza, per il valore di quell’immenso patrimonio umano che ha permesso alle comunità di non sentirsi mai sole e vorremmo che questo stesso spirito permetta di risolvere rapidamente le difficoltà restanti nella ricostruzione”.




