Tre mesi di attesa per il restauro, del Crocifisso in legno policromo del XVII secolo custodito nella Cattedrale di Acerenza in provincia di Potenza, in Basilicata. E ora il ritorno che non è soltanto artistico, ma profondamente spirituale: la comunità acheruntina e l’intera arcidiocesi ritrovano un volto amato, una presenza che ha accompagnato generazioni di fedeli e che oggi torna a parlare con la stessa forza, forse ancor più intensa.
La scultura, opera di un ignoto maestro napoletano attivo nella seconda metà del Seicento, è un capolavoro di plasticismo e intensità emotiva. Su una croce semplice è inchiodato il corpo di Cristo: il capo reclinato sulla spalla destra, il perizoma inargento dorato trattenuto da una cordicella e la modellazione viva della carne che richiama la grande scuola partenopea molto attenta agli esiti drammatici e luminosi che caratterizzeranno l’arte di Francesco Solimena.
È un Cristo che non urla, ma commuove; non domina lo spazio, ma lo abbraccia. Un Cristo che sembra respirare, che invita a fermarsi, a guardare, a lasciarsi toccare da una bellezza che non è solo estetica, ma profondamente umana e redentiva.
La storia del Crocifisso è complessa e affascinante. Proveniente dall’Episcopio, dove era stato trasferito dalla Cattedrale, ha attraversato cappelle, sale delle udienze e patronati familiari — prima i Vosa, poi i Gilio, e nuovamente i Vosa agli inizi dell’Ottocento — fino a ritrovare oggi la sua casa originaria. Una storia di passaggi, di custodie, di responsabilità condivise, che testimonia quanto quest’opera sia stata sempre considerata un riferimento identitario per la città e per la diocesi.
Il restauro, curato da Domenico Saracino sotto l’alta sorveglianza della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio della Basilicata, ha restituito all’opera la sua verità originaria. La scultura si presentava in cattivo stato: fori di sfarfallamento causati da insetti xilofagi, ridipinture estese, strati di stucco e vernice ingiallita, sporco accumulato, distacchi della pellicola pittorica. Un lavoro paziente e rispettoso ha liberato il legno dalla sofferenza del tempo, restituendo la delicatezza dei volumi, la cromia sobria e intensa, la dignità del volto e la compostezza del corpo.
Ma la novità più significativa è la nuova collocazione. Il Crocifisso non è più appeso alla parete di fondo del presbiterio: oggi è adagiato e sostenuto da una struttura in metallo, posta sul presbiterio stesso, più vicino ai fedeli, più visibile, più presente.
La Cattedrale di Acerenza, capolavoro romanico normanno costruito tra l’XI e il XII secolo, non è solo la chiesa madre della città: è il cuore spirituale dell’intera arcidiocesi. Le sue pietre raccontano secoli di fede, la sua cripta conserva memorie antichissime. In questo luogo, che è casa di tutti, il ritorno del Crocifisso assume un valore ancora più profondo: è un segno di rinascita, di cura, di attenzione verso ciò che unisce la comunità.
Da tempo i fedeli avevano notato la sua assenza. La mancanza era diventata un vuoto visibile: mancava un volto, mancava una presenza, mancava un compagno silenzioso che ha visto generazioni inginocchiarsi, affidarsi, piangere, ringraziare.
Oggi, finalmente, il Crocifisso è tornato. E con lui torna un pezzo di storia, di fede e di bellezza.
Il suo ritorno non è solo il recupero di un’opera d’arte: è il recupero di una memoria condivisa, di un’identità, di un legame profondo tra la Cattedrale e il suo popolo. In un tempo che spesso corre troppo veloce, il Crocifisso restaurato ci invita a rallentare, a guardare, a ricordare che la bellezza può essere ferita ma anche risanata, e che la fede, come il legno antico, può essere levigata dal tempo, ma mai spezzata.






