Entrambi, guardati da fuori, si sono inginocchiati. Fausto è stato messo in ginocchio da Pino: «Inginocchiati, prendi la pistola, sparati Sei così uno schifo che manco meriti io ti uccida». Di fronte al carnefice, si è ammazzato. L’altro, Cristo, ha scelto lui d’inginocchiarsi: «Lasciami lavare i tuoi piedi, Giuda». Detto, fatto. In ginocchio (ci) si può uccidere, in ginocchio si può sconfiggere la morte, con un asciugatoio e una brocca d’acqua. La liturgia, madre impareggiabile in quanto a parole saporite: «L’amore vince l’odio – recita il prefazio -, la vendetta è disarmata dal perdono». Disarmare è gesto bellico: “La tua arma, di fronte alla mia bontà, non potrà nulla”. Chiedere a Massimiliano Kolbe come sarà possibile disfare Hitler senza incontrarlo. Eppure sono due simboli: la pistola e il catino. A guardarli da fuori, l’accostamente farà ridere. Se guardi la resistenza nel tempo, l’arma ha la consistenza d’un budino: oggi, dei carnefici di padre Kolbe, manco si conosce il nome. Lui, invece, acceca come lampione di furibonda santità.
Il turco Erdogan sa bene cos’è un simbolo: laddove la libertà viene messa alla prova, il simbolo duplica poi il peso. Nessun simbolo è mai solo un simbolo: è l’immagine di un contenuto che supera la coscienza. Non è mai irreale oppure concreto, razionale oppure il suo contrario: «Il simbolo è sempre entrambi» (C. Jung). Regalare una pistola, personalizzata, al termine di un vertice NATO – l’organismo che (dovrebbe) garantire sicurezza tramite la difesa collettiva – è dire: “Facciamo i bei discorsi, colleghi, ma alla fine la soluzione rimane una”. La pistola, per l’appunto. Non è il gesto di un mitomane, è il gesto del leader di uno dei paesi che, ripetutamente, si propone come mediatore di pace dove fiocca la guerra. La pace a colpi di pistola: ossimoro vivente. In giorni così sciocchi mi èevidente come non ci sarà mai scelta più inevitabile di quella tra una parola folle – «Come ho fatto io, così fate anche voi» (cfr Gv 13) – e una parola vana. Quella di chi è così debole d’avere solo la pistola come arma di combattimento.

Autore: Don Marco Pozza
Marco Pozza (Calvene, 21 dicembre 1979) è uno straccio di prete al quale Dio si intestardisce ad accreditare simpatia, usando un’inspiegabile misericordia. Sacerdote e scrittore, è il parroco del carcere Due Palazzi di Padova. Presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma ha conseguito il dottorato in Teologia Fondamentale con una tesi su Cittadella, unica opera uscita postuma dello scrittore-aviatore francese Antoine de Saint-Exupèry. Il motivo? Era infastidito assai dal fatto che il mondo intero conoscesse Il Piccolo Principe ma quasi nessuno conoscesse chi fosse il suo papà letterario. Più le infinite cose belle che aveva scritto oltre a quella sua favola divenuta nel tempo gigantesca. Immortale. La sua passione è quella di provare a contaminare mondi tra loro, in apparenza, ben differenti: a volte riuscendoci, a volte meno. In ogni caso gli rimane addosso la bellezza di averci comunque provato: come nella primavera del 2020 quando, assieme alla comunità del suo carcere, ha ideato e scritto i testi della famosa Via Crucis 2020 celebrata in una Piazza san Pietro deserta a causa della pandemia. Per Rai1 conduce dei cicli di puntate de Le ragioni della speranza, la rubrica settimanale del programma A Sua immagine. È autore e conduttore di programmi televisivi di approfondimento culturale e religioso: Padre Nostro (Tv2000, 2017), Ave Maria (Tv2000, 2018), Io credo (Tv2000, 2020), Dei vizi e delle virtù (Discovery Channel, 2021) che hanno avuto la partecipazione fissa di Papa Francesco e dai quali sono nati altrettanti bestseller (usciti con Rizzoli) tradotti in tutto il mondo. Nell’autunno 2022 scrive e conduce Il Discorso della montagna (Canale5, 2022). Appassionato di sport e giornalismo, nel tempo libero che gli rimane ha già iniziato ad abbozzare la sua prima enciclica, qualora gli toccasse la dura avventura d’essere eletto Papa. L’incipit è già stato scritto: «Ho odiato ogni minuto di allenamento ma mi dicevo: non rinunciare. Soffri ora e vivi il resto della vita da campione» (M.C.Clay). Non è il miglior uomo del mondo: non pretende nemmeno di diventarlo, tra l’altro. Gli basta, al tramonto di ogni giorno, avere fatto di tutto per essere il migliore uomo possibile.