Come ogni martedì torna la rubrica dedicata alla figura di Tommaso da Olera, il frate cappuccino vissuto a cavallo tra Cinquecento e Seicento e proclamato Beato nel 2013. Il testo è tratto da “Tommaso da Olera, saggezza umana e sapienza divina” a cura di Clemente Fillarini, Messaggero di Sant’Antonio Editrice.
La riflessione di oggi
I soli illuminati e innamorati di Dio potranno fuggire tanti lacci [tesi dalle passioni], perché con il lume dell’amore divino vedranno le tenebre dell’amor proprio, e non è gran cosa fuggir le tenebre, essendo Dio la vera luce (II 180).
Sentendo “laccio”, più che alle nostre scarpe il pensiero va a trappole usate per la cattura di animali selvatici o, in senso figurato, a tranelli e insidie tesi per “catturare” qualcosa ai nostri simili. Fra Tommaso usa sempre il plurale “lacci”, perché tali considera le passioni umane che sono tante, in particolare l’amor proprio che cerca il proprio interesse e si manifesta sotto vari aspetti (e spesso nemmeno ce ne accorgiamo): esso acceca l’uomo non facendogli vedere il bene dell’anima.
«O Dio, mo’ chi potrà mai esser libero da tanti lacci che tende questa nostra corrotta natura ribelle alla virtù? Io dirò quello che la maestà vostra disse al vostro servo Antonio santo, quando che, vedendo tutto il mondo pieno di lacci, disse: “Chi fuggirà mai da tanti lacci sì che non resti preso?”; e voi rispondendo gli diceste: “Antonio, li fuggiranno quelli che veramente saranno umili”» (II 440). «I santi padri intrepidamente abitavano negli eremi e nei deserti dove vincevano le tentazioni, scacciavano i falsi aspetti [figure di mostri assunte dal demonio], che come lacci indurre li potessero al peccato; anzi spesse volte partivansi i demoni sfrontati e vinti» (II 396).
Lontani alla salvezza sono quanti «si lasciano guidare dalla sensualità e dai diletti carnali, ai quali inclina la natura: facilmente li fanno cadere nel laccio della dannazione eterna» (III 128), perché in essi «altro non troverai che lacci per allacciare le povere anime» (III 131). «Quando, o Dio, darete a me perfetto amore? Eh, non più, Dio mio, non prolungate più! Passa il tempo, gli anni e i mesi, tiene la morte i lacci tesi per condurci nelle sue reti: ah, Dio, non tardate più! Venite ormai, o caro Dio, poiché un’ora a me par mill’anni» (II 213).






