Come ogni martedì torna la rubrica dedicata alla figura di Tommaso da Olera, il frate cappuccino vissuto a cavallo tra Cinquecento e Seicento e proclamato Beato nel 2013. Il testo è tratto da “Tommaso da Olera, saggezza umana e sapienza divina” a cura di Clemente Fillarini, Messaggero di Sant’Antonio Editrice.
La riflessione di oggi
Andò il Signore a sedere alla mensa facendo parimente sedere i suoi apostoli per dar principio a un altro banchetto più prezioso (I 393).
Oggi ci siamo abituati a sentir parlare di mensa: scolastica, aziendale, popolare, dei ferrovieri, degli ufficiali, per i poveri… tutte istituite per un giusto sostentamento del nostro corpo. Dalla povera mensa della famiglia di Nazaret e quella dell’ultima cena, fra Tommaso passa a descrivere la “divina mensa”, con cibi soavi e deliziosi per l’anima: qui, contrariamente a quanto avviene per il corpo, più essa ne mangia e più ne ha fame.
«“O caro Figlio, avete fame?”; rispondeva il caro puttino di sì, e pigliava la cara Madre del pane e altre cose che avevano portato con essi! E chi avesse veduto Maria a sedere sulla nuda terra, preparando quella mensa piena di povertà!» (I 181). «Contempla, o anima, che, essendo preparata la mensa, il Signore cominciò a mangiare: oh che sguardi di amore doveva dare or all’uno e ora all’altro! Rimirava il povero Giuda che doveva essere il traditore e a lui mi do a credere che usasse particolar amorevolezza, con sguardi e parole, dandogli parte delle vivande che doveva mangiar egli stesso, cercando pur di ridurre quella pecora persa all’ovile» (I 390). E noi «con quanta diligenza, con che purità di mente e di corpo dovremo accostarci a questa sacra mensa e a questo pane celeste!» (I 395). «A voi mi consacro, o degnissimo sacramento, a voi mi dono perpetuamente, proponendomi di venir frequentemente a questa celeste mensa, mangiando il vostro corpo e bevendo il vostro prezioso sangue» (I 396).
«Sant’Agostino affermava che non si sarebbe il suo cuore acquietato fintanto che in Dio non si riposasse lo spirito. Con questo pensiero dunque devi andar alla mensa, e con questi motivi interni arricchire l’anima» (II 428). «I principi terreni usano far regali ai più favoriti cortigiani, tenendoli alla sua mensa, manifestando loro i suoi segreti [… i cortigiani] sono gli estatici uniti in Dio, i quali gustano e godono Iddio ancor in questa vita mortale» (II 603). «Queste anime sono sempre ardenti, fiammeggianti, e quanto più mangiano, bevono a questa celeste mensa di amore, anco maggior fame li cresce e maggior sete di amare» (IV 210). «Deve l’anima aver due ali, una dell’umiltà, l’altra dell’amore: con queste due ali potrà pigliare il volo a quella divina mensa ove le sarà amministrato i cibi soavissimi e potrà bere i dolci e soavi vini della caneva vinaria del suo amato sposo» (II 244), e lì «siede alla mensa preparata per gustar i cibi celesti dei divini misteri» (III 232).






