Forse non è un affatto una sciocchezza scoprire, qualora si perlustrasse il corpo umano, che i muscoli più piccoli si trovino nella zona dell’udito. L’affare che ne consegue è che ci si debba allenare molto per imparare ad ascoltare. «Parlare è un bisogno, ascoltare è un’arte» scrisse, non a torto, Goethe: chi è convinto di sapere già tutto non ascolta. Parla e basta e, così facendo, altro non fa che riempire il mondo di sciocchezze. Chi conosce l’arte dell’ascolto, invece, sa bene come sia molto importante imparare ad ascoltare anche quello che non ti dicono. Poi guardo il mondo che abito: sembra che la gente faccia sempre più fatica ad ascoltare, mentre aspetta solo il suo turno per poter parlare.
Il Sinodo
Il Papa, per un mese, ha dato lezione d’ascolto. Ha radunato la Chiesa in un sinodo e s’è messo in ascolto, convinto che il desiderio più grande dell’uomo sia quello di essere ascoltato da qualcuno. Pietro, al secolo Jorge Bergoglio, è consapevole che la comunicazione non parta mai alla bocca che ti parla ma da un orecchio che ti ascolta. Per questo ha convocato nell’Aula Paolo VI una rappresentanza della Chiesa universale. Per rimettere la Chiesa, in filigrana, sul selciato delle domande poste da Giovanni XXIII, quando indisse quella pagina di profezia che fu il Concilio Vaticano II: “Viviamo abbastanza vicino agli uomini come Chiesa, gente?” La realtà è sotto gli occhi di tutti: sempre meno gente che frequenta le chiese. L’interpretazione, però, è divergente: c’è chi la legge come una mera questione di numeri e chi, alzando il tiro, intravede una mancanza di fuoco. Tradotto al netto delle scuse: il problema sono i numeri di chi non viene o la mancanza di fuoco di chi viene? Dalla risposta dipende la proposta.
La fatica
Fatica, Pietrofrancesco, a riaccendere le braci sotto la cenere della chiesa. La fatica, oggi, è quella di tramettere passione a chi l’ha già persa da un pezzo. Fare capire che quel passaggio fantastico che t’ha fatto vincere migliaia di volte, non può essere ripetuto all’infinito. Per Papa Francesco, insomma, non si tratta di “salvare il salvabile”: se tu salvi il salvabile, la Chiesa diventa un relitto dei tempi andati, un museo da visitare previa esibizione del biglietto. La sua sfida è oltre: aprire una strada al Vangelo nel tempo in cui viviamo. Perchè il suo cuore torni ad essere affascinante all’uomo d’oggi. A sessant’anni dal Concilio, ancora si dibatte sulla divisione tra “progressisti” e “conservatori”. Quando la differenza centrale è tra “innamorati” e “abituati”. Dal momento che «non siamo al mondo per custodire un museo, ma per coltivare un giardino» (Giovanni XXIII). Santo. (Sulla strada di Emmaus).