“Influenzare” è un verbo oggi di moda. Dalla sua radice deriva la parola più in moda nel virtuale: “influencer”. Una persona – avvalendosi di un suo potere di comunicazione (ch’è a prescindere dal contenuto!) – ne influenza un’altra, questa ne influenza un’altra: quest’ultima, a sua volta, un’altra ancora. E il mondo diventa pieno zeppo di storie che, in realtà, sono la stessa storia: fotocopiata. E’ a scuola che impariamo le prime storie: diventeranno ispirazione per crearne altre, per creare la propria, nella misura in cui il prof saprà proteggere gli allievi soprattutto dalla propria influenza. Il “traffico d’influenze” è anche un reato, perseguibile: quando uno sfrutta la sua posizione per ottenere vantaggi indebiti, compie questo reato. La corte dell’influencer sono i follower (litt.: “seguaci”): stesso appellativo che si usa per definire chi appartiene ad una setta, qualunque sia la sua estrazione o indirizzo. C’è stato un tempo in cui comunicare era dialogare, un qualcosa di arricchente per ambo le parti: oggi (pare) che influenzare sia diventato il sinonimo di comunicare.
La tentazione di confondere l’influenzare col comunicare ha “influenzato” pure la Chiesa, per millenni maestra di pensiero e di comunicazione. Oggi pare che l’importante, nella Chiesa, non sia più evangelizzare ma influenzare. Gesù di Nazareth, il padre fondatore del cristianesimo, ha dimostrato ripetutamente di non cercare ammiratori nè seguaci. Cercò, và cercando, esattamente l’opposto: persone dalla libertà così vergine, seppur ferita, disposte a non lasciarsi influenzare da un mondo che propone saldi e sconti dappertutto. La sua Parola, ripete uno degli evangelisti, si fece carne: non gli basta influenzare per un po’ di tempo (le influenze passano), gli interessa mutare l’esistenza delle persone. Mai desiderò smuovere le masse ma cercò sempre di dialogare “a tu per tu”. Influenzare è un gioco da bambini: basta la conoscenza di qualche tecnica, stimolare le giuste emozioni, mettere la bocca a culo di gallina (come direbbe Bernanos) ed è fatta. Convincerne una “a tu per tu” è tutt’altra sfida. E’ per questo che Cristo, al traffico d’influenze, continua a (ri)proporre l’antibiotico della libertà.

Autore: Don Marco Pozza
Marco Pozza (Calvene, 21 dicembre 1979) è uno straccio di prete al quale Dio si intestardisce ad accreditare simpatia, usando un’inspiegabile misericordia. Sacerdote e scrittore, è il parroco del carcere Due Palazzi di Padova. Presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma ha conseguito il dottorato in Teologia Fondamentale con una tesi su Cittadella, unica opera uscita postuma dello scrittore-aviatore francese Antoine de Saint-Exupèry. Il motivo? Era infastidito assai dal fatto che il mondo intero conoscesse Il Piccolo Principe ma quasi nessuno conoscesse chi fosse il suo papà letterario. Più le infinite cose belle che aveva scritto oltre a quella sua favola divenuta nel tempo gigantesca. Immortale. La sua passione è quella di provare a contaminare mondi tra loro, in apparenza, ben differenti: a volte riuscendoci, a volte meno. In ogni caso gli rimane addosso la bellezza di averci comunque provato: come nella primavera del 2020 quando, assieme alla comunità del suo carcere, ha ideato e scritto i testi della famosa Via Crucis 2020 celebrata in una Piazza san Pietro deserta a causa della pandemia. Per Rai1 conduce dei cicli di puntate de Le ragioni della speranza, la rubrica settimanale del programma A Sua immagine. È autore e conduttore di programmi televisivi di approfondimento culturale e religioso: Padre Nostro (Tv2000, 2017), Ave Maria (Tv2000, 2018), Io credo (Tv2000, 2020), Dei vizi e delle virtù (Discovery Channel, 2021) che hanno avuto la partecipazione fissa di Papa Francesco e dai quali sono nati altrettanti bestseller (usciti con Rizzoli) tradotti in tutto il mondo. Nell’autunno 2022 scrive e conduce Il Discorso della montagna (Canale5, 2022). Appassionato di sport e giornalismo, nel tempo libero che gli rimane ha già iniziato ad abbozzare la sua prima enciclica, qualora gli toccasse la dura avventura d’essere eletto Papa. L’incipit è già stato scritto: «Ho odiato ogni minuto di allenamento ma mi dicevo: non rinunciare. Soffri ora e vivi il resto della vita da campione» (M.C.Clay). Non è il miglior uomo del mondo: non pretende nemmeno di diventarlo, tra l’altro. Gli basta, al tramonto di ogni giorno, avere fatto di tutto per essere il migliore uomo possibile.