L’atleta aveva due braccia che doppiavano le mie gambe: nel suo corpo facevano le veci delle gambe tranciate sull’asfalto del Lausitzring, nel 2001. La prima volta che incrociammo le nostre vite, non fu la muscolatura a stuzzicarmi: a stregarmi fu il sorriso che, ai non distratti, custodiva una storiaccia alquanto stravagante.
Ho sempre pensato che l’uomo e la donna, per essere definiti tali, non debbano avere tanti muscoli. Basta il cuore, che è pur sempre un muscolo: un cuore che sorrida vale più di una muscolatura scolpita. Alex, nella mia vita, è stato Charlie Chaplin, ciò che per Dante fu Virgilio: “Ho molti problemi nella mia vita – disse un giorno Charlie –: le mie labbra non lo sanno. Sorridono sempre”. Sul volto di Alex, il sorriso era una specie di indicatore di direzione, lo specchio di un’anima bambina, la traccia di una curiosità inseguendo la quale si poteva giungere al suo cuore, la sua vera scatola nera. “Vedi, don – mi disse una notte mentre si viaggiava in macchina -: il problema non è chiedersi se il bicchiere sia mezzo pieno o mezzo vuoto. Il vero problema è chiedersi se noi abbiamo sete o no”. Fu musica ad altissimo volume per le mie orecchie: il problema non sono le tante o poche occasioni da giocarci nella vita ma il fatto di avere fame oppure no. Perché la vita, alla fine, è tutta questione di fame: il sazio viene sconfitto partendo in prima posizione, l’affamato compie la rimonta che non t’aspetti dalla penultima posizione. Certe volte addirittura dall’ultima posizione della griglia.
Un sorriso, che non sia un post-it da copione, costa la fatica del minatore. Chiede di conoscere l’arte del riciclo: degli errori fatti, cadute patite, prove fallite. Chi vince non immagina cosa si perde: la vittoria, solitamente, rende orgogliosi e appagati. La sconfitta induce alla meditazione, invece: a chiedersi il perché, a riconoscere opportunità che ci aiutano a rimettere a posto le cose.
In Germania, il 15 settembre 2001, è morto l’atleta che Alex è stato: è sbocciato l’uomo che il mondo oggi ricorda. Tanto che a fare notizia non sono più i traguardi raggiunti, ma le strade disegnate e percorse. I suoi aforismi – la versione letteraria della sue vite vissute – sono più citati del pur ricchissimo medagliere. La sua teologia dei cinque secondi – una sorta di “resisti cinque secondi in più dell’avversario e farai la differenza” – vale un qualcosa che travalica le medaglie, diventando la strada da percorrere per tentare di conquistarle. Qualunque sia la sfida con cui la vita ci sfida. L’atleta senza più gambe, nel giro di un (maledetto) giro di pista ha scoperto di essere un uomo con le ali. Sbattendo contro l’uovo di asfalto, il bruco Zanardi è diventata la farfalla Alex. Niente bellezza senza disperazione.
I suoi non erano occhi normali: un occhio che ha pianto è un occhio che ci vedrà meglio, è una vetrata pulita. Aveva l’occhio di lince Alex: sapeva scorgere il bene nel male, la grazia nella disgrazia, il trampolino nella scarpata. I migliori sorpassi li ha fatti nell’anima più che nelle piste. Convinto – come l’amico Ayrton Senna, col quale spartisce il giorno di morte – che “non esiste una curva dove non si possa sorpassare”. Il suo segreto non fu il colpo di pedale (pur geniale) ma il colpo d’occhio: intravedeva sprazzi di vita dovunque. Aveva fame di vita.
Articolo della Gazzetta dello Sport del 4 maggio 2026





