Il prossimo Discorso di Sant’Ambrogio potrebbe essere l’ultimo del suo mandato decennale da arcivescovo di Milano.Monsignor Mario Delpini sorride divertito, di fronte a chi è pronto a scommettere che il suo messaggio alla città sarà ripreso in tutti i programmi elettorali. Ma questa volta rivolge la sua proverbiale ironia soprattutto verso se stesso, al punto da definirsi «irrilevante». Ma attenzione: l’ironia di Delpini è molto raffinata.
Come ha accolto la proroga del suo mandato?
«Sono amico delle scadenze. Ritengo sia opportuno sapere che viene il momento di congedarsi e mettere in ordine la scrivania, chiudere i raccoglitori di documenti, fare quello che si può per rendere accogliente la casa per il successore. Nella scelta di Papa Leone e nelle parole che ci siamo scambiati riconosco un segno di stima nei miei confronti e una consapevolezza della complessità della scelta del successore. Riconosco anche una saggezza nel rendere graduali i cambiamenti nella Conferenza Episcopale Lombarda, dal momento che quest’anno il Papa dovrebbe provvedere alla sostituzione dei vescovi di tre diocesi importanti: Bergamo e Como, oltre a Milano. Sono amico anche del quotidiano: finché ho un incarico cerco di svolgerlo come posso, che sia il primo o l’ultimo giorno».
C’è qualcosa che considera ancora incompiuto nel suo episcopato? Qualcosa su cui ora insisterà?
«Tutto è incompiuto nel mio episcopato. Ma credo che sia naturale nella storia della Chiesa. Ciascuno fa la sua parte, cerca di non fare danni, e poi il successore cercherà di fare meglio e di fare la sua parte. E anche lui lascerà tutto incompiuto».
Qual è la Milano da cui si è sentito più ascoltato e quella a cui sente di non essere riuscito a parlare?
«Ho avuto l’impressione di essere ascoltato dappertutto. Ho avuto anche l’impressione di essere irrilevante dappertutto».
Addirittura irrilevante?
«A volte ho avuto la sensazione che il senso di ciò che cerco di trasmettere non sia colto. Altre volte, per esempio in tanti incontri nelle parrocchie, mi sono sentito capito».
Il prossimo sarà anche l’anno delle elezioni comunali. Con quali criteri valuterà le proposte di chi si candida a governare la città?
«Non saprei come si possa inserire in una proposta amministrativa quello che è necessario per ringiovanire Milano, per vincere la solitudine delle persone anziane, e non solo, per rendere sostenibile vivere a Milano, lavorando onestamente, per rimediare alla scandalosa ricchezza dei ricchi e alla povertà dei poveri. Un vescovo non può dare suggerimenti concreti. È compito del vescovo, piuttosto, invitare alla conversione».
Il modello di sviluppo della città va corretto o ripensato?
«Ripeto, sarebbe il momento di una conversione più che di un ripensamento: conversione dall’individualismo a un senso di appartenenza e di comunità; dalla sfiducia all’assunzione di responsabilità per un futuro abitato da bambini, giovani, nonni e gente di mezz’età meno stressata».
E quale può essere un antidoto all’individualismo?
«Credo che l’individualismo sia una forma di ottusa stupidità: ci vorrebbe quindi un po’ di intelligenza lungimirante. L’individualismo mi sembra un gretto egoismo: ci vorrebbe una conversione del cuore. L’individualismo mi sembra la difesa di una illusoria comodità: ci vorrebbe un senso di responsabilità che si lascia anche disturbare».
Lei ha detto che “la ricchezza onesta è una responsabilità sociale” e che chi si è arricchito ha un debito verso chi si è impoverito. I ricchi milanesi stanno restituendo abbastanza alla città?
«So che ci sono ricchi che restituiscono molto, danno molto senza farsi pubblicità. E soprattutto, nel fare i loro affari, si prendono cura del benessere dei collaboratori e della custodia dell’ambiente. Immagino che ci siano anche ricchi che continuano a saccheggiare la città. Però, francamente, di ricchi ne conosco pochi».
La sicurezza sarà uno dei temi della campagna elettorale. Che idea si è fatto lei?
«Sono un privilegiato perché spesso ho qualcuno che mi accompagna. Ma mi capita anche di andare in metropolitana o camminare per Milano senza timori. Ho stima delle forze dell’ordine e le incontro dappertutto. So che possono succedere anche cose terribili, ma mi accompagna spesso il sospetto che la narrazione di Milano sia organizzata per diffondere paura e sfiducia».
Esiste ancora un «voto cattolico»? Come si orienta?
«Le elezioni amministrative hanno come scopo di scegliere chi amministri la città per il bene comune, anche se gli amministratori hanno talora l’inclinazione a scelte ideologiche e a tradurle in delibere. Io penso che i cattolici dovrebbero favorire persone serie e oneste, come in genere hanno fatto e faranno. La mia percezione è che i sindaci di Milano, per quanto molto diversi, siano stati finora persone serie e oneste. Però le mediazioni sono inevitabili»…
Cosa vorrebbe lasciare al suo successore? Cosa vorrebbe venisse ricordato dei suoi dieci anni milanesi?
«Nei “miei anni” sono accadute molte buone intenzioni e modestissime realizzazioni. Perciò, al mio successore direi: ti viene affidata la Chiesa migliore del mondo, il clero migliore del mondo, la storia più bella del mondo. Devi essere fiero e grato di essere vescovo a Milano. Se poi riesci a essere migliore del tuo predecessore, e non credo che ci voglia molto, questa sarebbe una cosa buona».





