In unione e comunione, anche il Rito Ambrosiano celebra, questa domenica, la Pentecoste, la festa che ci ricorda l’importanza che, oltre al Padre e al Figlio, per i cristiani, la Trinità è composta da tre Persone divine.
Diversità: grande fraintendimento
Quello che avviene intorno alla parola “diversità” è, forse, il più grande fraintendimento della contemporaneità. Esplicitamente, non lo si ammette, ma, nel momento stesso in cui questa parola tocca il nostro timpano, il cervello elabora il pensiero: “cos’ha che non va? Perché è distante dal normale?”. Attestando, così, che livelliamo “normale” a “giusto”, confondendo l’etica con la statistica.
Cos’è normale?
Accertare una normalità è un semplice esercizio visivo, che può essere svolto, in qualsiasi ambito, ma non esprime alcun giudizio morale. In un certo ambiente, in un determinato ambiente, contesto, situazione, tempo e spazio, alcuni fenomeni sono statisticamente più probabili da incontrare. Ma la probabilità non è l’unico aspetto che lo descriva. Una simile valutazione è molto specifica e tocca unicamente la frequenza. Null’altro.
Tutti uguali?
Quando poi si tocca la politica, si scivola nel grottesco.
«Sono una giornalista italiana di origine marocchina. Ho costruito la mia carriera nel giornalismo italiano con anni di lavoro, sacrifici, studio, presenza sul campo. Ho raccontato guerre, migrazioni, il Mediterraneo, il Medio Oriente, l’Italia che cambia. Eppure, per una parte del Paese, tutto questo non conta nulla. Resto “la marocchina”» scrive Karima Moual.
Davvero non si rendono conto, i tanti che insistono per estendere la cittadinanza come una misura necessaria? Proporla in questo modo racchiude un certo paternalismo, come se si trattasse della necessità di attestare un “passaggio di livello” che richieda di essere certificato e documentato, per essere valido.
Equità e diversità
Non sto parlando di diritti civili. Sto parlando di diversità interiori, che nessun documento può (né deve!) permettersi di cancellare con un colpo di spugna, quasi che l’appartenenza a un unico conglomerato civile richieda l’assoluta uniformità dei singoli membri. Quasi che ciò richieda di obnubilare tutte le esperienze pregresse: profumi e odori, suoni, ricordi familiari, feste e tradizioni di altre culture, anche solo familiari, che si tramandano di generazione in generazione e che non necessariamente collimano con quelle del paese ospitante. No, chi nasce in una famiglia marocchina non è uguale a chi nasce in una famiglia italiana: perché rinnegare la ricchezza di chi, provenendo da una cultura e da tradizioni diverse, ha deciso di mettersi in gioco, per incontrare l’altro? Solo nella differenza, incontro davvero l’altro e, nell’incontrarlo, ho anche l’occasione unica di diventare più consapevole di me e delle mie radici.
La diversità, nella chiesa
La chiesa, forse da sempre, vive la sfida di riuscire a coniugare un’unità dogmatica, senza imporre un’uniformità che comprima le differenze in una massa indistinta e omogenea, dove ciascun elemento sia assolutamente intercambiabile e la cui presenza sia risibile. Già dai suoi primordi, infatti, le varie comunità hanno sperimentato la diversità degli stili di evangelizzazione di Pietro, Paolo, Luca, Matteo, Giovanni: diverse comunità ecclesiali, diverse teologie, differenti modalità di predicazione e di vissuto liturgico.
Fuoco e vento
Aria e fuoco, per descrivere lo Spirito: poco può la parola umana, se non balbettare, di fronte alla potenza divina; eppure, questi due elementi primordiali del cosmo hanno un elemento in comune, rinvenuto, nell’antichità dallo stesso Eraclito (in particolare, nei riguardi del fuoco): il mutamento.
Entrambi, ritrovano precedenti simili, ma con una certa differenza nell’Antico Testamento.
Il fuoco
Nel libro dell’Esodo[1], la gloria del Dio di Mosè ha una manifestazione visibile che è descritta come un “fuoco divorante”. Nel suo libro, invece, il profeta Isaia[2] si pone l’interrogativo: «Chi di noi può abitare presso un fuoco divorante? Chi di noi può abitare tra fiamme perenni?”. L’eternità e la potenza, caratteristiche peculiari del Dio di Israele, emergono come elemento preponderante, in questa descrizione. Il timore ha la meglio sull’amore e accostarsi a Dio equivale a quel sentimento di timorosa riverenza che sovrasta chi ha la consapevolezza di accostarsi a una sorta di inenarrabile prodigio, che esula e oltrepassa qualunque legge che possa descrivere la natura.
La brezza leggera
In quei capitoli che descrivono la parabola del profeta Elia, a cavallo tra il primo e il secondo libro dei Re[3], l’incontro, a lungo bramato con Dio, si colora di una lunga attesa, durante la quale al “vento impetuoso” segue la “brezza leggera” e solo in quest’ultima è attestata la presenza divina, tanto ricercata. Il significato pare essere proprio la sorpresa di un Dio che inizia a manifestarsi non nella potenza e nella gloria, come nella Torah, bensì rende esplicita la sua preferenza per i contesti umili e semplici, per la quotidianità della vita, abituata da una fede autentica, nella ferialità dei giorni[4].
Una differente intensità
È interessante come, nel libro di Atti avvenga una sorta di “rimodulazione d’intensità”, di segno opposto, per entrambi gli elementi. Da un lato, il fuoco è descritto come comparso in forma di “lingue”[5], una sorta di vezzeggiativo, che lo rende molto più gestibile e comprensibile del “fuoco divorante” veterotestamentario. Tuttavia, quasi a compensazione, l’autore propone, a questo punto, un ingresso ad effetto, nella sala dove si erano raggruppati (o, meglio: nascosti) gli impauriti Undici rimasti: non arriva affatto una brezza leggera, ma un vento impetuoso. Quasi come se la potenza smorzata del fuoco sia stata recuperata nella descrizione del vento. Perché, proprio di fronte alla paura, è necessario proporre non un fuoco che distrugge, inesorabilmente, tutto, ma un vento, capace di ri-sollevare dal suolo chi, ormai, si è abbandonato a terra, sconfitto e deluso.
Lo spirito indomito
Fuoco e vento sottolineano una forte dinamicità: un aspetto difficilmente attribuibile a Dio, se, nella nostra testa, vi permane un’idea di lui che lo veda come una sorta di super uomo, dotato delle qualità umane al massimo grado, ma senza le fluttuazioni di chi risente dei condizionamenti esterni e dei limiti dettati dalla materia stessa. Il fuoco, con l’aspetto cangiante delle sue fiamme, ma anche il vento, con la sua impenetrabilità, evidenziano il dinamismo estremo di ciò che riesce ad insinuarsi e a farsi strada negli spazi più angusti, per raggiungere ogni cosa, anche quelle che vorrebbero rimanere celate.
Carismi e bene comune
«Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti» (1Cor 12, 4-6):
difficile trovare una sintesi più efficace del significato dei carismi, doni particolari dello Spirito, per l’edificazione vicendevole e collettiva, all’interno della Chiesa. Ognuno ha i propri doni (si chiamano tali, in quanto ricevuti per grazia) e non esiste, in tal senso, una graduazione o una classificazione. Nello specifico, l’elenco che ritroviamo in San Paolo è molto utile per comprenderlo: risulterebbe del tutto vano avere il dono delle lingue, senza nessuno in grado di comprenderle. Ogni dono richiede la presenza dell’altro per emergere nella pienezza della sua reale fecondità.
Testo e foto: Sulla strada di Emmaus
Rif. letture festive ambrosiane, nella Domenica di Pentecoste
Vd. Anche: In amore, diversità è ricchezza (2025)
Fonte immagine:Gemini
[1] Es 24, 17
[2] Is 33, 14
[3] 1Re 19, 9-16
[4] Cf. al riguardo l’episodio della vedova di Sarepta (1Re 17)
[5] At 2,3






