Nella VII domenica dopo Pentecoste, la liturgia ci invita a soffermarci sul rapporto con la tradizione, in tutte le sue forme. Dal ‘memoriale’ sul Giordano del libro di Giosué, alla Legge riattestata sovrana nella Lettera ai Romani, fino alla tentazione di conoscere i numeri della salvezza : la fede avviene in una relazione, raccontando di un fiducia che viaggia di pari passo con la comunicazione, in tutte le sue sfaccettature.
«Fino ad oggi»
«Fino ad oggi» è un escamotage eziologico, tipicamente biblico, per evidenziare una causa radicata per un’usanza ancora attestata da chi sta scrivendo, a cui il libro di Giosuè è particolarmente legato, comparendo diverse volte[1].
Dodici uomini, dodici pietre, per dodici tribù: questi gli ingredienti. Dodici pietre, da lasciare nel mezzo Giordano «fino ad oggi»[2], per creare un memoriale, che è più che fare un nodo al fazzoletto, per tenere a mente qualcosa: questa categoria, infatti, si applica, nell’ebraismo, al ricordo dell’Esodo, cuore pulsante della Pesach ebraica, rivissuta ritualmente ogni anno, tramite la domanda del più piccolo “Perché questa notte è diversa da ogni altra notte?”, che dà l’avvio al racconto del più anziano, chiudendo emblematicamente il cerchio generazionale.
L’importanza dei riti
«È quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un’ora dalle altre ore»[3]. Così risponde la Volpe al Piccolo Principe, nel capolavoro di Antoine de Saint-Exupéry, quando questi domanda cosa sia un rito, definito come una cosa «da tempo dimenticata».
Nel libro, l’esempio riportato è quello del giovedì come pausa dalla caccia per i cacciatori, che lo dedicano a ballare con le ragazze del villaggio vicino. Ovviamente, però, il rito è un elemento intrinseco e caratteristico dell’antropologia culturale, tanto è vero che, negli ultimi anni, si è arrivati a inflazionare l’applicazione del termine ‘ritualità laica’, appioppato nei più svariati ambiti. Se, da un lato, è comprensibile la necessità di attestare la distanza rispetto a una ritualità sacra, è inevitabile come la ritualità sia effettivamente molto estesa: anche in una società, come quella contemporanea, che vuole ribadire la propria estraneità al sacro, il risultato è un richiamo sempre più smarcato ad esso quanto più ci si ingegni di far apparire l’esatto opposto-
Il rito perduto
Mai come oggi, è avvertita come fastidiosa la presenza di un protocollo specifico da seguire. Sembra quasi che ciò renda impossibile la libertà e la creatività del singolo, elemento che pare imprescindibile e che deve avere diritto di cittadinanza in modo assoluto e svincolato da qualsivoglia norma. Sulla base di una fraintesa essenzialità, ogni ritualità è percepita come un’impalcatura sovrapposta e un’imposizione esterna, ad ostacolo della spontaneità e dell’autenticità. Tuttavia, la moltiplicazione di ritualità sostitutive sono l’attestazione di come questo rito perduto riemerga dalle tradizioni ancestrali, attestando l’appartenenza all’umano, per cui, in mancanza di una decodificazione precedente, di fatto l’uomo ne creerà una ulteriore, perché il rito è come la grammatica: potrà anche essere noiosa, ma, senza, il linguaggio rischia di essere motivo di disagio, anziché di comunione.
Compimento e sostituzione
La Legge e la fede. Capisaldi per un ebreo. Ma anche per un cristiano. Solo che, nei primi secoli, era rilevante una questione: si poteva dare compimento alla legge senza circoncisione? Per la novità che porta Cristo, sì. Non c’è sostituzione, rispetto all’alleanza, perché Dio rimane fedele e non ritratta la propria parola. In Cristo, però, ogni elemento che prima era solo l’ombra e la figura, acquista le dimensioni di una concretezza che significa pieno compimento. L’ombra ha acquisito volume e spessore, i contorni sono delineati. In virtù della fede, la circoncisione non diventa dirimente. Dirimente è la fede, per il popolo d’Israele e quello ‘delle genti’.
La porta stretta
La salvezza è diventata universale, dunque, non più etnica. Né etnicamente filtrata. Ma questo non significa indistinta.
C’è una porta stretta per ogni cosa. La necessità di non preferire il facile al bello. Perché la bellezza passa sempre da una scelta che parla di difficoltà da attraversare ed oltrepassare.
Paradigmatica è la ‘porta stretta’ del monastero di Alcobaça, in Portogallo. Due metri per trenta centimetri. L’altezza è generosa. È la larghezza ad essere scarsa. È la porta laterale del refettorio e il passaggio in questa strettoia è necessario per accedere nuovamente al cibo. Un metodo estremo, forse, per contrastare i ‘fuori pasto’. Ma, anche, per ricordare che la Bellezza richiede sempre di rinunciare a qualcosa.
Tanti o pochi?
La curiosità, forse, ogni tanto viene. Sarà affollato, il Paradiso? Ci sarà l’ora di punta? Saremo stipati come nella metro calda d’afa estiva? L’escatologia esige un salto carpiato. Nel vuoto.
Il lessico vaneggia. Si svuota.
È il modo con cui il rabbi di Galilea preme il pulsante della sirena. Hai sbagliato domanda. Non ci sono i tanti e i pochi. Ci sono i volti, le storie, le persone. La prima domanda è se vuoi esserci tu. La seconda è che, per esserci tu, il tuo desiderio primario è di non essere lì da solo. Perché la gioia che promette Cristo è comunione, non isolamento solipsistico. No, non è questione che ‘c’è più gioia nel dare che nel ricevere’. In realtà è vero l’opposto. Non si può dire cosa doni più gioia, anzi, chi vuole la gioia dell’altro è contento quando è egli stesso a ricevere, perché sa che amare dona gioia e vuole vedere la gioia fiorire nello sguardo dell’altro che dona.
Primi e ultimi
«I primi saranno gli ultimi, gli ultimi primi»: così la vulgata popolare vuole semplificare la portata di questo passo. Mentre i cinici aggiungono «se i primi sono onesti». È interessante notare la differenza con Matteo, che aggiunge un aggettivo indefinito che cambia il senso dell’asserto: «molti dei primi saranno ultimi»[4]. L’aggiunta matteana è brillante, perché aiuta a comprendere meglio il senso della frase – che anche in Luca, in realtà, non rappresenta un assoluto – : il problema non è la posizione, aprendo alla possibilità di una lettura pauperista, che rischia però di depauperare il dettato evangelico. Non si tratta di allontanare qualche categoria dalla salvezza. Il problema è – semmai – l’esatto opposto: non precludere, a priori, la salvezza di nessuno. Il fatto che Dio vede i cuori non è una minaccia. Rappresenta la trasparenza della verità. Significa che, nella libertà, si dischiude una responsabilità. Ognuno è chiamato a fare del proprio meglio, con quello che ha. Dio chiede tutto, a tutti. Ma quel ‘tutto’ non è uguale per tutti. Capite perché è fondamentale studiare gli aggettivi indefiniti, ora?
Rif. Letture festive ambrosiane, nella VII domenica dopo Pentecoste
Fonte immagine: Postils – loitering on odds and ends
Vedi anche: Memoriale. Per una nuova vita
[1] Gs 7,26, con riferimento al tumulo di Acan (rimasto come monito per l’infedeltà, in quanto questi fu lapidato da tutto Israele per avere attinto al bottino di guerra, che avrebbe dovuto rimanere di Dio, poiché contro Gerico la vittoria era stata prodigiosa), ma anche Gs 9,27, con riferimento alla servitù dei Gabaoniti (alcuni uomini del popolo confinante erano arrivati in avanscoperta, travestiti da viandanti: avendo giurato in nome di Dio di non ucciderli, non possono farlo, ma convertono la pena in una perpetua opera servile nel tempio, per loro e per i loro discendenti).
[2] Gs 4, 9
[3] A. DE SAINT-EXUPÉRY, Il piccolo principe, XXI capitolo
[4] Mt 19,30





