Il papà arriva finalmente al campo sportivo “Arena” di Lampedusa. L’accoglienza è affettuosa: canti, saluti, braccia aperte che vogliono “idealmente” abbracciare il pontefice. Fa il giro in papamobile: una papamobile speciale, una Fiat Nuova Campagnola decappottabile, di proprietà di Ennio Delfino, un milanese che da tempo vive sull’isola siciliana: è la stessa vettura era stata usata da papa Francesco nella sua visita a Lampedusa di 13 anni fa.
I cappellini gialli e bianchi dei fedeli, che riempiono il campo sportivo, con lo sfondo del cielo e del mare, fanno da scenografia:bellissima, viva, profonda. Una scenografia illuminata da un sole brillante. Un sole di speranza. Ed è un modellino del faro di Lampedusa, questo il simbolo-regalo che il sindaco della città, dona al pontefice dopo alcune sue parole di ringraziamento al pontefice. E nel suo breve saluto, prima della celebrazione eucaristica, papa Leone XIV ricorda il predecessore, papa Francesco che – dice il pontefice – “è stato vicino in questo tempo per voi molto impegnativo. E oggi sono qui per dirvi che il Papa continua ad accompagnarvi, vi sostiene e vi incoraggia”. Ma il pontefice, precisa, che non è venuto a fare discorsi, “ma a celebrare l’Eucaristia, segno supremo della presenza di Cristo in mezzo a noi”. Ed è nel gesto di condividere il pane, di spezzarlo, che è possibile – secondo il pontefice – ritrovare i “nostri gesti quotidiani di assistenza e di condivisione. Sì, questo è un luogo in cui, più che le parole, parlano i gesti. Ma i gesti, per essere umani, hanno bisogno di un cuore. Per questo ci siamo radunati qui: per attingere da Cristo l’amore che solo Lui può darci, perché il mondo di oggi e di domani sia più umano, per tutti”.
Il palco allestito per la Messa è di grande impatto visivo. Ed è su questo palco che viene celebrata la Mensa del Signore. Quella di papa Leone XIV è un’omelia in cui la parola “amore” risuona più volte. Un’amore che ricorda nella visita di papa Francesco dell’8 luglio 2013 bellezza. E poi le onde del mare: un mare che esprime. E il mare richiama al pontefice i loro viaggi nel Mediterraneo in cui hanno “sperimentato l’ospitalità degli abitanti delle sue isole e delle sue coste, da millenni crocevia di civiltà”. Il Vangelo risuona dove – continua papa Leone XIV – “popoli si incontrano, le persone si accolgono, le loro vicende si intrecciano, le diverse culture si pongono in dialogo.Diventa muto, invece, dove ognuno fa di sé stesso un’isola, dove il contatto è evitato, lo scambio è interrotto”. Concentrare l’attenzione sulla Parola di Dio che rimane immutata e dalla quale è importante “uscire trasfigurati”.E si chiede: Come risponderemo, dunque, all’amore di chi ci ha amati per primo? Ricorda le immagini indelebili, dolorose, dei migranti morti in mare: “Il mare ha accolto gli altri, quelli che non ce l’hanno fatta a giungere dove speravano”.Morti sì, ma la loro presenza continua a interpellare ancora oggi, il nostro oggi. Cita, in merito, la Lettera agli Ebrei da poco letta nella Liturgia della Parola della celebrazione eucaristica: «Ricordatevi […] di quelli che sono maltrattati, perché anche voi avete un corpo».
Amore, parola chiave dell’omelia. Così come altra parola fondamentale rimane la “prossimità”. Una prossimità “che molti fra voi hanno scelto di esercitare” precisa il pontefice. E risuona forte il suo grazie ai volontari, alle associazioni, raccolte nel “Forum Lampedusa Solidale”, alle istituzioni civili, alla Guardia Costiera, ai Sindaci e alle amministrazioni che nel tempo si sono succeduti. Così come tutti i fedeli ei sacerdoti che si sono adoperati per questi luoghi di dolore. Li ringrazia perché hanno avuto compassione. Saluta poi i migranti che sono qui: loro stessi hanno aiutato altri simili, “come poveri che aiutano i più poveri” dice il pontefice.
Allo stesso tempo c’è anche chi decide di non farsi prossimo, “di non decidere. I morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate”. Lo sguardo del pontefice si amplia: guarda al “disinteresse per il bene comune e la corruzione nei luoghi di provenienza, un sistema economico mondiale che genera povertà ed esclusione, la paura che alimenta pregiudizi e disprezzo, l’idea che tali problemi non ci riguardano, i calcoli criminali di chi lucra sul dramma altrui, il lento e difficile passaggio da una mera gestione delle emergenze all’elaborazione di politiche organiche e condivisione”. Una denuncia vera e propria al sistema.
“È tempo di riconoscere e affermare – continua il pontefice – che l’appartenenza religiosa non deve mai diventare motivo di discriminazione, quasi che la fede abbia confini e non sia invece chiamata universale alla salvezza. Dove c’erano muri di separazione, Cristo li ha abbattuti. Non c’è amore di Dio senza amore del prossimo, e non c’è prossimo se io non mi avvicino”. Per il pontefice c’è bisogno di una “civiltà dell’amore” quella prospettata – ricorda il pontefice – dai predecessori, e fa il nome di Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II. Siamo chiamati tutti a costruire questa civiltà, prendendo come esempio il buon Samaritano dell’episodio evangelico. E, anzi, aggiunge: “Più del Samaritano abbiamo risorse e opportunità per dare concretezza storica alla speranza”. (ACI Stampa).





