La figura mite e gentile di Leone XIV non deve spingere a sottovalutare il suo tenace contrasto del clima bellicoso odierno. Invece si passa oltre, distratti, come fosse una parte che deve recitare. Ma è una visione controcorrente. Giorni fa, il papa ha quasi denunciato un pensiero unico: «Chi oggi crede alla pace e ha scelto la via disarmata di Gesù e dei martiri è spesso ridicolizzato, spinto fuori dal discorso pubblico e non di rado accusato di favorire avversari e nemici». Di fronte alla politica del «tutti contro tutti», con istituzioni multilaterali deperite, la Chiesa parla come una grande «internazionale» (è illusorio o al più transitorio credere di piegarla agli interessi nazionali): disarmata, ma conscia di un’autorità. Il suo messaggio matura nell’ascolto dell’umanità, attraverso una miriade di comunità ovunque diffuse. È la sua originalità. Chateaubriand, nell’Ottocento, parlava di «genio del cattolicesimo».
La parola del papa si fonda sulla fede e si fa carico di domande di pace oltre i confini cattolici. Alle Nazioni Unite, nel 1965, Paolo VI presentò la Chiesa come «esperta di umanità» e la qualificò come interprete della «voce dei morti e dei vivi: i sopravvissuti alle guerre», i giovani «che sognano… una migliore umanità». Il messaggio di Leone per il 2026 coglie la domanda di pace che sale anche dai non cattolici e da chi sente «un grande senso di impotenza» di fronte al clima bellicoso. Il messaggio è semplice per la complessità geopolitica, ma capovolge l’approccio della politica internazionale. Riprende due temi enunciati alla sua elezione: «Pace disarmata e disarmante».
Leone osserva come «i ripetuti appelli» al riarmo «sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui». Qui l’analisi è controcorrente: «La forza dissuasiva della potenza, e, in particolare, la deterrenza nucleare, incarnano l’irrazionalità di un rapporto tra popoli basato non sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza». In un mondo, armato e preparato allo scontro, facilmente scoppia la scintilla dell’incendio, «il fatto imprevedibile» che il papa teme.
La cultura è cambiata: la pace è «un ideale lontano», mancano «le idee giuste… la capacità di dire che la pace è vicina». Il clima di conflitto deborda nella società e impregna i rapporti: «Se la pace non è una realtà sperimentata… l’aggressività si diffonde nella vita domestica e in quella pubblica».
Ma non è troppo generale? Non si dice da chi viene la minaccia che obbliga a scelte… Non è una visione buonista e sopra le parti? Il papa ribadisce subito che «la bontà è disarmante». La visione di Leone rifiuta il realismo della guerra, come quadro in cui pensare il futuro: «Non sono pochi oggi a chiamare realistiche le narrazioni prive di speranza…». La guerra non è inevitabile. Ma bisogna cambiare paradigma delle relazioni internazionali. Fa appello ai governi, ma crede molto anche alla forza delle persone disarmate e disarmanti.
Per lui la pace è aspirazione diffusa che non ha voce: «Anche nei luoghi in cui rimangono soltanto macerie e dove la disperazione sembra inevitabile… troviamo chi non ha dimenticato la pace». Leone non si sente isolato nel ragionare così. Sa che la storia di tanti dolori lo supporta. È convinto che, per ritrovare la pace, non bisogna per forza rischiare la guerra globale. Propone «la via disarmante della diplomazia, della mediazione, del diritto internazionale, smentita purtroppo da sempre più frequenti violazioni di accordi faticosamente raggiunti, in un contesto che richiederebbe non la delegittimazione, ma piuttosto il rafforzamento delle istituzioni sovranazionali». È una visione che merita di non essere archiviata facilmente.
Estratto dell’editoriale di Andrea Riccardi per il Corriere della Sera






