L’avvicinamento alla Pentecoste comporta, nella liturgia ambrosiana, una maggiore focalizzazione del Nuovo Testamento, tanto che tutte e tre le letture, questa domenica, ne vengono. Come un movimento della macchina in un film, che consente di effettuare uno zoom solo sull’ultima parte del dettato biblico, per focalizzarci in modo particolare su quello che è il compimento delle attese veterotestamentarie. La Pasqua non si può esaurire in un giorno, essendo l’evento che cambia la storia dell’uomo e del mondo e che dà origine alla differenza cristiana: la fede che l’uomo Gesù sia anche il Cristo, il Figlio di Dio, risorto per la potenza del Padre, che ha effuso lo Spirito sugli apostoli, per invitare l’umanità intera ad entrare nella comunione stessa della Trinità.
Il capovolgimento delle attese
La Pasqua compie la redenzione, allargando le maglie, per far spazio a più persone. L’universalismo della fede, che ha avuto i suoi albori già nel Primo Testamento, in particolar modo con Isaia[1], trova, nella resurrezione di Cristo, il compimento di tutte le attese messianiche, capovolgendone, però, le attese. Si attendeva un Messia politico, guerriero, capace di restituire dignità alle sorti di un popolo schiacciato e oppresso, rendendogli l’onore e la gloria delle armi. Il Messia è un Re incoronato di spine, nella crocifissione ignominiosa, sottoposto allo scherno e al ludibrio dei passanti. Un fallimento, secondo le logiche umano, attestato dalla delusione dei due sulla via di Emmaus[2].
Una paradossale vittoria
Il paradosso è che proprio nella sconfitta, Cristo vince. Dal trono della croce, regna su tutto il mondo. Dalla cattedra della sofferenza, raggiunge la gloria. Nel momento di massima solitudine, manifesta l’apice del proprio affidamento al Padre. Nella donazione totale, il culmine di una donazione totale che attesta la sua obbedienza filiale, paradigma della nostra figliolanza, da cui deriva una fraternità che aspira all’universale,
Una tenda da allargare
Un solo sacrificio, una volta per tutte, non più reiterato: per questo, l’autore della lettera agli Ebrei definisce Gesù “sommo sacerdote”. Dei “beni futuri”, perché il suo sguardo è escatologico: inizia già a guardare alla realtà ultraterrena. Ma non si può elidere il vissuto nel presente: la buona notizia è il desiderio di comunione del Padre. È l’amore per l’umanità intera. Non basta (più) selezionare un popolo, eleggendo per pura grazia. Ora, bisogna prendere il picchetto. E non per piantarlo in mezzo al cranio del nemico, come Giaele con Sisara[3]: si tratta di piantarlo più in là, per poter allargare lo spazio e accogliere anche chi non t’aspettavi. Chi pare lontano, isolato, dimenticato, escluso dalla tavola dei vivi.
La resurrezione dei morti-viventi
Perché, se il Vivente (τὸν ζῶντα) non si trova più tra i morti,[4] essendo Risorto[5], porta con sé la resurrezione anche di quelli che erano stati esclusi dalla vita, che si trovavano ai margini, come le anime dei giusti che erano negli Inferi. Come gli antichi patriarchi attendevano un gesto di misericordia, così l’umanità oppressa dal male di vivere attende e anela allo sguardo del Crocifisso Risorto. Quell’assenza di corpo che proclama più forte la propria presenza e dice la verità della promessa: se neanche la morte riesce a sconfiggere l’amore divino, cosa potrebbe mai farlo?
L’agnello di Dio
«Ecco l’agnello di Dio»[6] ricorda il Battista, al passaggio di Gesù, nel primo capitolo del vangelo giovanneo. Ci ricorda la rilevanza dell’ Agnello Pasquale, ricordo del sacrificio ebraico e centro della fede cristiana in una risurrezione che, a partire da Cristo, coinvolge il corpo del Cristo. Un corpo assente, nel sepolcro. Un’assenza che attesta la rivivificazione della memoria. Quel “tempio” da riedificare è un corpo che non si trova più come un cadavere a cui rendere culto, ma trasforma un luogo di morte come un sepolcro in un luogo di nuova vita, che ricorda la preesistenza di quel Figlio di Dio, da sempre alla destra del Padre.
La luce e la cecità
La luce, a Pasqua, è sfolgorante. E, quando sfolgora, gli occhi si sottraggono e, per il troppo sforzo, non vedono più, accecati. Perché non è vero che non vediamo quando è buio: anche la troppa luce ci rende come ciechi. Infatti, la gloria della Pasqua non chiarisce le parole di Cristo che, prima della Pasqua erano confuse. Le rende ancora più nebulose. Già era spiazzante che un rabbi autorevole, capace di tenere testa alle autorità religiose, potesse finire morto, tra atroci sofferenze, dando fine ad ogni speranza di insurrezione. Pensare che il giusto culto al corpo di un grande maestro non potesse essere reso, per mancanza di corpo… era troppo, da processare.
Il Figlio appeso è risorto
Alle volte, vien da pensare che la fede trasmessa sia più difficile, rischi di perdere il proprio significato lungo il percorso della tradizione che da Cristo porta alla sua chiesa, fatta di uomini che, in quanto tali, sono fragili. Ma accogliere l’idea che andare al sepolcro è inutile perché non c’è più un corpo, non fa pensare subito che ci sia un risorto, al posto di un morto. Fa pensare ad inganni, furti, tradimenti, sgarbi, truffe. All’offerta d’amore di Dio, l’uomo risponde distruggendo il Figlio. L’uomo, incapace di creare, può solo distruggere e rovinare. A fronte dell’odio, Dio risponde con un amore più forte della morte.
Tracce di risurrezione
Ancora oggi, il cuore dell’uomo si lascia irretire dall’illusione del possesso, dalla brama del potere, dal desiderio di una vita in cui il risultato piacevole possa essere raggiunto in modo facile e veloce. Il richiamo all’agnello immolato dalla fondazione del mondo rifulge in quell’amore debole, fragile, ma dotato della forza della perseveranza che ci ricorda che l’immagine di Dio si rende visibile, nell’uomo, quando irradia quell’amore tenace e gratuito che attinge alla sorgente. Sono tracce di risurrezione, che alimentano la speranza e che consentono di vedere – già oggi – l’inizio del Regno di Dio che, in Cristo, è vicino.
Rif. Letture festive ambrosiane nella 3a Domenica di Pasqua, anno A
Fonte immagine: realizzato con IA, tramite ChatGPT
Fonte testo: Sulla strada di Emmaus





