Come ogni martedì torna la rubrica dedicata alla figura di Tommaso da Olera, il frate cappuccino vissuto a cavallo tra Cinquecento e Seicento e proclamato Beato nel 2013. Il testo è tratto da “Tommaso da Olera, saggezza umana e sapienza divina” a cura di Clemente Fillarini, Messaggero di Sant’Antonio Editrice.
La riflessione di oggi
La nostra celeste regina, sposa e madre del Figliol di Dio, non è nel numero di dette spose: perché, per difetti, per peccati e per negligenze, Dio da esse si parte, lasciandole derelitte e abbandonate (II 594).
La negligenza è una mancanza di impegno, di interesse e di attenzione nello svolgere il proprio dovere o nell’adempimento di qualcosa in cui ci si è volontariamente obbligati. Chi più e chi meno, un po’ tutti ne siamo stati rimproverati fin dalle scuole elementari. Nel nostro contesto, però, è soprattutto un invito per l’anima (ai religiosi in particolare) a non essere negligenti per le cose di Dio.
«Sarà per esempio una persona religiosa la quale all’ora del mattutino, sulla mezzanotte, quando è chiamata dal sagrestano o sagrestana, si lascerà trattenere nel letto, perché brama vivere con agi e comodità; allora l’amor proprio si veste di amor di Dio e le parlerà nell’orecchio a questo modo, dicendo: “Che vuoi che sia detto di te, che non vai nel coro? Diranno che sei sensuale, pigro e negligente della tua salute» (II 420), e ancora «ti giudicheranno negligente, perderai il credito, il superiore ovvero superiora ti ammonirà, ti correggerà: perciò lèvatene [àlzati] pure» (II 105).
«L’unione dell’anima con Dio si fa in diversi modi, maggiore o minore, oppure niente: e questo nasce dalla diligenza o negligenza di chi opera […], perché Dio tanto favorisce l’uomo, tirandolo ai gradi delle sante virtù, quanto l’uomo è diligente in operare e con maggiori motivi d’amore opera» (II 236). «Oh potess’io dire, esclamare sfogando il mio cuore, vedendo come un tale Dio è così malamente amato e servito; e tanto più s’accresce i dolori miei quanto che vedo in spirito che quelli che dovrebbero riconoscerlo con servitù cordiale e con amor filiale sono sonnolenti, tiepidi e negligenti» (II 290). «Io resto stupido [sbalordito] di così fata negligenza, non posso contener le lacrime vedendo gli uomini così diligenti nel proprio interesse e il servizio di Dio vada in ruina» (IV 195).






