L’omicidio dei quattro braccianti nei pressi di Amendolara, è una “ferita morale, sociale e spirituale che squarcia il velo d’ipocrisia su una terra intera. Una striscia di Calabria dove il mare, il lavoro povero, la migrazione e la violenza criminale finiscono troppo spesso per sovrapporsi, diventando un’unica ferita aperta”. Ad affermarlo, in una nota, è il vice presidente della Cei e vescovo di Cassano allo Ionio monsignor Francesco Savino.
“Non bastano – prosegue – il cordoglio, la pietà, la commozione di circostanza. Qui bisogna pronunciare una parola sola, nuda, cristiana, necessaria: basta. Basta con una terra che piange i morti e poi torna troppo in fretta alle proprie abitudini. Basta con una coscienza pubblica che si indigna al mattino e dimentica alla sera. Basta con un’economia che, in troppi luoghi, continua a reggersi sulla schiena piegata degli ultimi, sulla fatica invisibile dei migranti, sulla solitudine dei braccianti, sulla paura di chi lavora senza tutele, senza voce, senza protezione”.
“Non possiamo lasciare – afferma il presule – che l’orrore venga addomesticato da parole prudenti, come se bastasse registrare il fatto e attendere che il tempo lo consumi. Quanto è accaduto è una ferita morale, sociale, spirituale. È una domanda rovente rivolta alle istituzioni, alla politica, alla Chiesa, alle comunità locali, al mondo agricolo, alle imprese, ai cittadini. Non possiamo continuare a fingere di non sapere.
Ci sono fenomeni che non nascono dal nulla. Il caporalato non è una deviazione marginale, non è una stortura folkloristica, non è un residuo antico dimenticato nei campi. È un sistema. È una struttura di dominio. È una forma moderna di schiavitù che prospera dove il lavoro diventa carne da spremere, dove il bisogno si trasforma in catena, dove la fragilità dei migranti viene convertita in profitto”.





