Li ho fissati per un po’ di tempo: complemento di tempo continuato. La mia è stata una conseguenza dell’imbarazzo che mi hanno arrecato: nulla mi risulta, sovente, più imbarazzante di vedere qualcuno fare qualcosa che, da tempo, non vedevo fare. Al punto da arrivare a pensare che non potesse più essere fatta. Scena d’imbarazzante normalità, da apparirmi d’altri tempi. Dopo la celebrazione della Messa nel santuario, il gruppo si è spostato nel ristorante vicino: bambini e gente adulta, familiari, simpatizzanti. A colpirmi, nell’attesa del cibo, sono due fratelli: maschio e femmina, meno di vent’anni in due. M’aspetto la solita scena: l’impazienza dell’attesa, condita da sbuffate nervose, vinta con gli occhi fissati sul display dei cellulari, le dita ad armeggiare marchingegni elettronici: “So che non è educativo – risponde qualcuno – ma prova tu a tenere calmi dei bambini al ristorante”. Più di un adulto, da quand’è entrato, sta fisso sugli schermi.
Quei due, i più piccoli, dopo avere ordinato – senza manco chiedere che le loro pizze vantino una precedenza – estraggono dalle tasche un mazzo di carte e si mettono a giocare: nessun aggeggio elettronico, solo sguardi e mosse con gli occhi. «Sono normali?» chiedo alla madre. Loro due mi guardano, sorridono, giocano. Poi, saputo che non hanno ancora il cellulare alla loro veneranda età, mi siedo accanto: «Scusate: non vi sentite dei disadattati sociali?» E loro, come gesuiti in erba, a rispondere con un’altra domanda: «Noi o loro?», guardando gli adulti. Esaustivi al grado massimo. Vicino loro, un terzo ragazzo smanetta sul cellulare. Dopo un po’: «Posso giocare?». Aggiungono il terzo (non) incomodo. Pensavo d’avere ordinato una pizza (bianca) porro e salsiccia: sono stato con servito con menù d’imbarazzo. Certi imbarazzi, poi, sono poesia: sono la discriminante tra parlare al vento e parlare con il vento. «C’è da aspettare ancora tanto per le pizze?» fu la domanda di un adulto alla cameriera. Eravamo ad un’altra cena. «Che fretta avete? E’ così bello stare assieme a parlare». Altro bambino, altro imbarazzo.
E ci chiamano “adulti” (lett. “cresciuti, giunti a compimento”).

Autore: Don Marco Pozza
Marco Pozza (Calvene, 21 dicembre 1979) è uno straccio di prete al quale Dio si intestardisce ad accreditare simpatia, usando un’inspiegabile misericordia. Sacerdote e scrittore, è il parroco del carcere Due Palazzi di Padova. Presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma ha conseguito il dottorato in Teologia Fondamentale con una tesi su Cittadella, unica opera uscita postuma dello scrittore-aviatore francese Antoine de Saint-Exupèry. Il motivo? Era infastidito assai dal fatto che il mondo intero conoscesse Il Piccolo Principe ma quasi nessuno conoscesse chi fosse il suo papà letterario. Più le infinite cose belle che aveva scritto oltre a quella sua favola divenuta nel tempo gigantesca. Immortale. La sua passione è quella di provare a contaminare mondi tra loro, in apparenza, ben differenti: a volte riuscendoci, a volte meno. In ogni caso gli rimane addosso la bellezza di averci comunque provato: come nella primavera del 2020 quando, assieme alla comunità del suo carcere, ha ideato e scritto i testi della famosa Via Crucis 2020 celebrata in una Piazza san Pietro deserta a causa della pandemia. Per Rai1 conduce dei cicli di puntate de Le ragioni della speranza, la rubrica settimanale del programma A Sua immagine. È autore e conduttore di programmi televisivi di approfondimento culturale e religioso: Padre Nostro (Tv2000, 2017), Ave Maria (Tv2000, 2018), Io credo (Tv2000, 2020), Dei vizi e delle virtù (Discovery Channel, 2021) che hanno avuto la partecipazione fissa di Papa Francesco e dai quali sono nati altrettanti bestseller (usciti con Rizzoli) tradotti in tutto il mondo. Nell’autunno 2022 scrive e conduce Il Discorso della montagna (Canale5, 2022). Appassionato di sport e giornalismo, nel tempo libero che gli rimane ha già iniziato ad abbozzare la sua prima enciclica, qualora gli toccasse la dura avventura d’essere eletto Papa. L’incipit è già stato scritto: «Ho odiato ogni minuto di allenamento ma mi dicevo: non rinunciare. Soffri ora e vivi il resto della vita da campione» (M.C.Clay). Non è il miglior uomo del mondo: non pretende nemmeno di diventarlo, tra l’altro. Gli basta, al tramonto di ogni giorno, avere fatto di tutto per essere il migliore uomo possibile.