Il vescovo di Cassano all’Ionio: «Abbiamo tollerato troppo. Il caporalato è terreno fertile per i clan . Lo Stato doveva arrivare prima e la società civile deve smetterla di assolversi»
Monsignore, ha visto quel video terribile sulla strage di Amendolara? Qual è stata la sua reazione da essere umano prima ancora che da vescovo?
«Sì, l’ho visto. E, non posso nasconderlo, mi ha ferito profondamente. Non sono immagini che si guardano e poi si archiviano. Sono immagini che accusano. Accusano chi ha ucciso, certo; ma anche un sistema intero che ha permesso a uomini poveri, sfruttati, invisibili, di diventare prima carne da lavoro e poi carne da bruciare. Non siamo davanti a un episodio isolato di cronaca nera. La barbarie non comincia quando si appicca il fuoco. Comincia molto prima».
Francesco Savino è il vescovo di Cassano all’Ionio e vicepresidente della Cei. Nella sua diocesi si è consumata la strage di quattro braccianti. «Vedere esseri umani braccati, chiusi, arsi vivi – denuncia – significa trovarsi davanti non solo a un delitto atroce, ma al fallimento di una comunità».
«Sarebbe un errore gravissimo. Anzi, sarebbe una menzogna morale. Il rischio più vile è l’alibi etnico: poiché le vittime sono straniere, poiché forse anche i carnefici lo sono, la comunità si sente assolta. No. Questa tragedia non è “cosa loro”, è cosa nostra. È accaduta dentro un sistema che per troppo tempo ha tollerato sfruttamento, invisibilità, ricatto, silenzio. Ci sono responsabilità penali che spettano alla giustizia. Ma ci sono anche responsabilità sociali, civili e morali che riguardano tutti noi. Il caporalato non cresce nel deserto, cresce dove lo Stato arriva tardi, dove i controlli sono insufficienti, dove il lavoro viene comprato al ribasso, dove la paura chiude la bocca e la convenienza abbassa le serrande della coscienza».
Il procuratore di Castrovillari ha parlato di muro di omertà e di cittadini che non collaborano. Perché lo fanno? Per paura, indifferenza o cos’altro?
«L’omertà non nasce mai da una sola radice. C’è la paura, certamente, in territori dove pesano le intimidazioni, le dipendenze economiche, il ricatto del lavoro e la presenza di reti criminali. Ma accanto alla paura c’è anche l’indifferenza. E, ancora più grave, c’è la convenienza. C’è chi tace perché teme. Ma c’è anche chi tace perché guadagna. Siamo dentro una zona grigia che copre, protegge, incassa. Una palude morale dove il silenzio non è prudenza, ma complicità».
Lei conosce bene questo territorio. Che ruolo hanno le cosche nella piaga del caporalato?
«Il caporalato è un terreno fertilissimo per le organizzazioni criminali. Dove ci sono lavoro povero, uomini ricattabili, trasporti informali, alloggi indecenti, intermediazione illegale, la criminalità organizzata sente odore di profitto e di comando. Non sempre appare in prima fila. Spesso non ha neppure bisogno di mostrarsi. Si insinua nelle pieghe, governa i passaggi, controlla pezzi della logistica, decide chi si muove, chi lavora, chi dorme, chi deve tacere. La ’ndrangheta, lo sappiamo, non vive soltanto di armi e minacce. Vive di controllo, si nutre delle zone grigie, entra dove lo Stato è debole, dove i presìdi sono fragili, dove la disperazione diventa mercato e la paura diventa disciplina sociale. Per questo il caporalato non è soltanto una questione di lavoro irregolare, ma di democrazia ferita».
Secondo lei cosa dovrebbe fare lo Stato?
«Arrivare prima, non a tragedia consumata. Dopo siamo tutti capaci di comparire: arrivano le indagini, gli arresti, le dichiarazioni solenni, le conferenze stampa, l’indignazione pubblica. Ma uno Stato che arriva solo dopo i morti ha già fallito una parte della sua missione. Non bastano le lacrime istituzionali. Servono ispettori del lavoro in numero adeguato, controlli veri, continui, non episodici. Servono verifiche nei campi, nei mezzi di trasporto, nei luoghi di raccolta, nei punti di reclutamento della manodopera, nelle aziende che utilizzano lavoro stagionale. Perché il caporalato non è un fantasma: ha orari, strade, furgoni, piazzali, intermediari, telefoni, turni, paghe, ricatti. Se non lo si intercetta lì, lo si lascia prosperare. E poi bisogna proteggere davvero chi denuncia».
E la società civile?
«Smettere di assolversi con troppa facilità. Non possiamo essere comunità solo quando c’è da portare un fiore, accendere una candela, scrivere una frase commossa. I fiori servono, la pietà serve, il dolore serve. Ma se tutto finisce lì, diventa scenografia del rimorso. La pietà che non si fa responsabilità è commozione a buon mercato. Qui bisogna parlare chiaro: chi sa deve denunciare. Permettetemi di dirlo anche da vescovo, con dolore ma con chiarezza: mi chiedo come si possa venire la domenica a Messa con il cuore sereno, portandosi addosso la complicità di chi sa e tace. Non si può inginocchiarsi davanti all’altare e restare in piedi davanti all’ingiustizia. Non si può chiedere perdono a Dio e negare verità agli uomini. La società civile deve uscire dall’indignazione intermittente».
La Chiesa che contributo può e deve dare?
«La Chiesa deve fare tre cose: piangere, denunciare, costruire. Piangere con le vittime, perché senza compassione la denuncia diventa ideologia. Deve denunciare, perché il Vangelo non è neutrale davanti all’ingiustizia. E deve costruire, perché non basta indignarsi: bisogna generare alternative».
In tutta questa barbarie riesce a vedere uno spiraglio positivo, una speranza?
«Vedo una luce in chi sta cercando la verità. Nei magistrati, nelle forze dell’ordine, nei giornalisti che non lasciano cadere questa storia, nei cittadini che portano un fiore e, forse, cominciano a interrogarsi. Nei lavoratori che, pur nella paura, trovano il coraggio di parlare. Negli imprenditori onesti che non vogliono essere confusi con gli sfruttatori. Nella possibilità che questa morte atroce diventi finalmente uno spartiacque. Ma la speranza va organizzata. Non credo più alle fiaccolate che si spengono la sera stessa. Credo nei sussulti di coscienza. Proteggiamo chi denuncia. Solo così il dolore non sarà rito, e la pietà non diventerà una maschera della nostra viltà».
Estratto dell’articolo del 5 giugno 2026 de Il Corriere della Sera.





