Come ogni martedì torna la rubrica dedicata alla figura di Tommaso da Olera, il frate cappuccino vissuto a cavallo tra Cinquecento e Seicento e proclamato Beato nel 2013. Il testo è tratto da “Tommaso da Olera, saggezza umana e sapienza divina” a cura di Clemente Fillarini, Messaggero di Sant’Antonio Editrice.
La riflessione di oggi
«Tutta la perfezione, la santità consiste nell’amore, e questa perfezione sarà grande o minore quanto grande saranno i gradi dell’amore. Impara questa lezione, fratello e sorella carissimi» (III 245).
Dalla lezione scolastica a qualsiasi utile ammaestramento (monito o castigo) che ogni persona ci dà o che troviamo scritto, può essere una lezione di vita. La lezione di fra Tommaso è questa: tutto compiere per amore di Dio, e salire dai beni materiali a quelli eterni, come scrive nel libro Selva di contemplazione, dedicato all’arciduca d’Austria e Tirolo, Leopoldo V, e alla moglie Claudia de’ Medici.
Nel libro Scala di perfezione, «Avendo io trattato lungamente della mortificazione e del modo di operare per sola gloria e onore di Dio […], introduco l’anima nei pascoli dell’amore puro, retto, cordiale e filiale di Dio, che è la base, il fondamento della vera perfezione. In questa lezione si vede quanto Dio si diletta di aver servi, amici così cari che lo amino lontani dal premio e dall’amor proprio, che è veleno e peste che infetta l’amor vero di Dio» (II 361), perché «Quello che ama se stesso disordinatamente con amor proprio, o per goder il paradiso o per fuggir l’inferno o per aver gusti temporali o spirituali, non ha che fare con l’amor puro del nostro caro e carissimo Dio; e sebbene farà dell’opere buone in se stesse, non però saranno buone rispetto al fine: l’amore di Dio. Questa mia lezione non sarà intesa da quanti seguitano e amano non per Dio ma per se stessi» (II 179). «Questa sapienza più s’impara a contemplare ch’a parlarne, e più s’intende pregando che disputando, e più si gusterà nell’interno che nell’esterno; più si trova nella solitudine che nei tumulti del mondo, più s’impara alle scuole delle sole piaghe di Cristo che nelle scuole del mondo. In questa scuola celeste il maestro è lo stesso Dio, gli scolari sono l’innamorati di Dio e tanto imparano quanto custodiscono le divine lezioni che danno le ispirazioni sante: e questi sono anche figliuoli dell’eterno Dio, e come figliuoli li fa eredi del cielo» (II 555). «Questa alta intelligenza l’impararono gli imitatori di Cristo […], il qual dice nelle sue lezioni: “Chi vorrà seguitarmi, pigli la sua croce e seguiti me”» (II 612). «O felici quelli che imparano la loro sapienza nell’imitazione di Cristo e che studiano nella libreria della vita e passione del nostro redentore, e che leggeranno nei libri delle sue ferite e piaghe […], perché queste lezioni li faranno presto dottori, teologi, gran sapienti, e saranno ammessi a vedere gli alti secreti e misteri divini» (II 623). «Essendo le Altezze Vostre Serenissime grandi in questo mondo, lodando, benedicendo e amando quel Dio, sommo bene, che in questo mondo le aggrandì e le favorì: e con la lezione di questo mio libro abbiate a godere questi beni vani e transitori per sollevarvi con lo spirito agli eterni e increati beni» (I 321).





