Come ogni martedì torna la rubrica dedicata alla figura di Tommaso da Olera, il frate cappuccino vissuto a cavallo tra Cinquecento e Seicento e proclamato Beato nel 2013. Il testo è tratto da “Tommaso da Olera, saggezza umana e sapienza divina” a cura di Clemente Fillarini, Messaggero di Sant’Antonio Editrice.
La riflessione di oggi
Se io volessi dire dell’amore, direi cose ammirande, perché fu tanto grande quest’amor di Dio verso l’uomo che venne a termini tali che disse: «Io sono un verme e non un uomo, obbrobrio degli uomini, disprezzato dalla gente» (II 187).
L’obbrobrio è una cosa molto brutta che offende il buon gusto, come certe “opere d’arte” presenti talora anche in certe nostre piazze (oppure siamo noi “ignoranti” che non riusciamo a capirle?). Obbrobrio è anche un grave disonore o un’infamia e quindi motivo di biasimo per una persona. Anche Gesù sulla croce appare un “obbrobrio”, ma poi risorge glorioso e tutto cambia, come avviene per quanti lo imitano.
«Tanti sono nel mondo giudicati pazzi, vili, abietti, poveri, sprezzati, vilipesi, confusi, perseguitati, calunniati, percossi, odiosi agli uomini, e nondimeno saranno tesori e gioie agli occhi di Dio [… perché] seguono quel Dio che per loro amore si fece vile: “obbrobrio degli uomini” [Sal 21,7]» (II 190), e che «tutto offrì per amor dell’uomo ingrato e crudele più di fiera tigre e di vorace leone» (II 292); all’ascensione però «si assise finalmente il Dio degli angioli nel suo trono alla destra del Dio Padre, coronandolo del diadema non più di spine e di obbrobri, ma di maestà e di gloria, dandogli lo scettro non di canna ma di dominio sopra il cielo e la terra» (I 434). «Contempla quel Dio che, essendo in altezza e gloria, diviene in questa bassezza, nella quale tanto s’abbassò che divenne obbrobrio della plebe; e in questa bassezza e viltà s’innalzò glorioso e maestoso dicendo [Lc 24,26]: “Bisognava che Cristo patisse per entrare nella gloria sua”» (II 622).
«Chi desidera d’esser gran re o imperator in questa vita, quello sarà grande che dominerà se stesso con tutte le sue sfrenate voglie e appetiti tanto interni quanto esterni [… sopportando] persecuzioni, infamie, vilipendi, povertà e obbrobri» (II 128).
«L’anima volentieri con somma pace e quiete cerca Dio nel patire, perché si conforma con Dio in tutte le cose e massime in quelle che la può maggiormente trasformare in questa divina unione: patiboli, vilipendi, obbrobri e altre cose simili» (II 236). «E sebbene i vituperi, gli obbrobri di sua natura sono sì odiosi, nondimeno (gran maraviglia) per virtù occulta si convertono in miele e in dolcezza. Lo testifichino tanti religiosi che l’hanno provato e provano tuttavia, e hanno veduto convertirsi il fiele in miele, e il male in bene» (II 400).
«Altro non è l’umiltà che una virtù contraria al vizio della superbia, e il suo esercizio non versa in altro che nel disprezzo di se stesso, e il suo fine e scopo è di onorar Iddio, di piacer a Dio, e per suo amore sopportare persecuzioni, infamie, disonori, vilipendi, obbrobri, villanie, confusioni, mortificazioni, povertà e ogni altra cosa avversa» (II 399). «Oh, se sapessero gli uomini quanto li amo! Si struggeriano, si consumariano per mio amore. E io per amor loro mi consumai, divenni obbrobrio degli uomini!» (II 320).




