Come ogni martedì torna la rubrica dedicata alla figura di Tommaso da Olera, il frate cappuccino vissuto a cavallo tra Cinquecento e Seicento e proclamato Beato nel 2013. Il testo è tratto da “Tommaso da Olera, saggezza umana e sapienza divina” a cura di Clemente Fillarini, Messaggero di Sant’Antonio Editrice.
La riflessione di oggi
Io dirò che quelli che sono appassionati e tiranneggiati e oppressi dalle passioni sono quelli che hanno una caparra dell’inferno in questa vita (II 97).
Studiando la storia abbiamo trovato tanti popoli o città oppressi da tiranni e dittatori: purtroppo tali casi mai finiranno! Si tratta di una continua sopraffazione, incurante perfino dei più elementari diritti e delle aspettative dell’uomo. Ma anche la singola persona può soffrire questo disagio percependo un qualcosa di angoscioso continuo, come un peso morale o un impedimento. Fra Tommaso ci parla dell’uomo che può essere sottoposto all’oppressione dei peccati, delle passioni e dei vizi, in particolare dell’amor proprio.
«Dopo che questi tali sono invecchiati nelle carnalità, odi, omicidi, usure e oppressioni, il diavolo se ne serve per somari, facendoli portar il grave peso dell’iniquità, non lasciandoli mai fermare, portando some pesanti di mali esempi al prossimo: ove i poveri e meschini consumano il loro tempo in servizio del diavolo» (II 535). «Io venni dal cielo per estirpare il vizio dal mondo, apportando la medicina della penitenza per risanare gli infermi oppressi da tal pestilenza, e, avendo fatta la redenzione umana, […] lasciai questa saluberrima medicina della penitenza nella mia chiesa cattolica romana, acciocché gli uomini e donne, cadendo in così grave e mortal infermità, potessero ricevere questo medicamento, al quale diedi virtù di risanar d’ogni grave e pestilente peccato» (III 178-179).
«Chi vorrà ascendere sopra questa scala [della perfezione] bisogna prima imparare a pianger tutte le cose create, opprimerle, sterminarle, odiarle, perseguitarle, calpestarle» (II 236-237). «E puoi dire che in cielo vi abitano i beati, che sia sede di Dio, che ivi non sia povertà che opprima, non infermità che travagli, che non vi siano sdegni, invidie, desideri d’onori, ambizioni di signoreggiare; che ivi il demonio non possa offendere o insidiarti, ma il tutto concorde e unanime e tranquillo e quieto» (II 436-437). «Io non so mai d’aver avuto un giorno contrario, perché, quando sono oppresso dalla fame, io lodo Iddio; similmente, quando ho freddo, quando tempesta, quando piove e se il cielo è sereno, sempre ringrazio Dio» (II 511).
«Chi veramente amerà Dio, l’amore gli serve per luce per veder gli inganni, e con gli atti di amore opprime l’amor proprio, il quale non è conosciuto se non dagli innamorati di Dio» (II 349). «Chi vorrà capire e intendere gran sapienza, impari prima a capire e intendere gran stoltezza. In questa stoltezza s’impara gran sapienza; questa sapienza non s’impara nella sapienza e prudenza mondana, ma s’impara in esser stolti, pazzi, insensati, poveri, derelitti, perseguitati, calunniati, oppressi» (II 612). «Prego le Altezze Vostre favorire un’opera di gran carità, per essere il povero dottore oppresso dai maligni, quali cercano di conculcar gli uomini timorati di Dio, assicurando che ne apporterà gran merito e corona appresso Dio, per esser questo signor dottore uomo molto spirituale e timente di Dio» (IV 139).





