Abitare il dolore, cercare un futuro là dove sembra impossibile, e soprattutto incoraggiare quelle esperienze di “fraternità” che hanno quella lungimiranza che la politica e la comunità internazionale sembrano avere perso. Il Patriarca di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, ha scritto una lunga lettera pastorale ai fedeli della sua diocesi nella quale riflette sulla situazione della sua terra ma soprattutto incoraggia la comunità cristiana ad abitare questo “disordine”, nella sua terra e nel mondo, da “credenti”.
E’ un documento di oltre trenta pagine, “frutto faticoso e sofferto della mia riflessione e preghiera”, premette il cardinale che ribadisce il suo messaggio di speranza perché il “deserto di pianto” è “abitato da coraggiose esperienze di vitalità e fraternità”.
Pizzaballa affronta le questioni con la franchezza che lo contraddistingue: non si può “stilare una graduatoria della sofferenza” ma “esiste una differenza tra chi esercita il potere e chi lo subisce, tra chi governa e chi é governato, tra chi possiede le armi e chi ne è minacciato, tra chi occupa e chi é occupato”, afferma sottolineando che “le responsabilità sono diverse. Riconoscere questa differenza è un atto di rispetto verso la giustizia e la verità”.
Parla della crisi delle istituzioni multilaterali ma anche del fatto che “alcune potenze mondiali che un tempo si presentavano come garanti dell’ordine internazionale, rivelano oggi un volto diverso: scelgono da che parte stare non in base alla giustizia, ma in base ai propri interessi strategici ed economici”. Affronta senza giri di parole anche la questione della Cisgiordania, la situazione più grave dopo quella di Gaza, perché “aumentano le aggressioni causate dall’occupazione e dalla totale assenza dello Stato di diritto, con un continuo aumento degli insediamenti”. Per il Patriarca “se non si interrompe questa deriva, il rischio è la cristallizzazione di una situazione di occupazione permanente che erode ogni possibilità di una soluzione giusta e condivisa”.
Poi confida il dolore di doversi chiedere quante persone nella guerra sul territorio sono state uccise “per decisione di un algoritmo”. Ma ai fedeli della sua diocesi chiede gesti di “guarigione”, di “perdono”, di rifiuto di ogni violenza. Sprona quelle esperienze di condivisione e dialogo, dalle scuole agli ospedali, dalla resilienza delle famiglie, che restano nonostante tutto, alla dedizione dei sacerdoti. “Torniamo a Gerusalemme con gioia”, conclude citando un passo del Vangelo.
“Torniamo alla nostra vita con passione. Portiamo nel cuore il sogno di Dio per la sua città”.






