Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».
Il commento
“Vorrei che la morte mi trovi vivo” (Marcello Marchesi). È una grande preghiera che ci insegnano i nostri defunti, che se sono in paradiso sono i nostri santi patroni diretti, sono i santi nostrani e casalinghi che ci stanno accanto. Il loro “al di là” ci fa prendere sul serio il nostro “al di qua”. Il loro passato ci fa prendere sul serio il nostro presente per arrivare a condividere un futuro di pienezza.
Mons. Giacomo Radini Tedeschi, Vescovo di Bergamo, sta morendo e al suo segretario, il giovanissimo don Angelino, confida: “Ricorda: per fare l’uomo e il cristiano bisogna sempre pensare in grande, puntare alto e guardare lontano”. Don Angelino plasmò la sua vita su questo insegnamento, da Bergamo, partì per angoli del mondo, per finire poi a Roma, come Papa, Giovanni XXIII.
Ma soprattutto è diventato Santo. E quel suo volto luminoso tutti lo abbiamo ben presente. È la sfida di Gesù, morto e risorto, è il segreto del compimento della vita dei nostri cari. Vorrei che la morte mi trovi vivo. Sembra scontato, in realtà molti non vivono ma vivacchiano, esistono solamente, sono morti dentro. Ciascuno si è trovato a dire: “Non vivo più, ho troppe cose da fare! Non riesco a godermi la vita! Non ho più una vita!”.
Pregare e celebrare i Santi e i Morti è entrare nel loro mistero. Come? Ad esempio provando ad immaginarsi cosa farebbero se potessero tornare indietro, ora che hanno visto “come stanno le cose”, per capire cosa cambiare, cosa fare, cosa scegliere, cosa smuovere, cosa iniziare, cosa coltivare, cosa analizzare, cosa aggiustare, cosa recuperare, cosa cercare, cosa condividere… finché si è in tempo, perché la morte possa trovarci vivi.
Concludo proponendo un momento di riflessione personale andando a cercare in internet il video o anche solo il testo di una poesia di Totò: “A livella”. Con amara simpatia mostra che la morte non è solo triste, ma che innanzitutto e soprattutto è “seria”, cioè fa prendere sul serio la verità della realtà. Se è importante augurarci che la morte ci trovi vivi, la risurrezione è la speranza certa che rende viventi.
Indipendentemente dall’essere marchesi o spazzini, i nostri morti, Santi nostrani e casalinghi, ci insegnano dall’al di là che determinante è nell’al di qua pensare in grande, puntare alto e guardare lontano.





