Forse anche Constance aveva gli occhi azzurrini di mio padre. O forse no: certo è che dopo quello sguardo fu «incipit vita nova» anche per Pavese. Cesare lei l’aveva conosciuta a Roma, anche se Constance Dowling era americana: pochi giorni e notti di frequentazione (qualche settimana) poi quella bella trentenne americana lasciò quel poeta quarantunenne che, nel suo sguardo, aveva intravisto l’infinito. Lei bionda e alta: della zona di Hollywood. Lui timido, solo, laborioso: della zona delle Langhe. Fu tutto brevissimo, intenso, disperato. Chiusa la storia, lui fece la valigia per New York: “Quel che ho deciso ho deciso” deve avergli detto, come Pilato ai sommi sacerdoti che gli chiedevano di ritoccare l’insegna sopra la Croce. Per rielaborare, forse, il lutto, rincasato nel Bel Paese pieno di progetti e col cuore a pezzi, Cesare ritornò nel luogo del delitto: Piazza di Spagna. Lì lui aveva preso per mano Constance, aveva percorso quelle stradine «sul colle di pini e di pietra». Assieme avevano respirato quell’aria ferma, avevano gioito nel contemplare quei «fiori spruzzati di colori alle fontane» che facevan l’occhiolino come donne divertite. Poi la scalinata, la fontana della Barcaccia, «le scale, le terrazze, le rondini» che intonavano canti al sole. Attimi di una gioia condivisa, i segnali stradali pubblici di una storia d’amore privata. Qualora fosse di fantasia che sto giocando – scrisse “Passerò”, futuro di probabilità -, poco m’importerebbe: la biografia di qualcuno importa fino ad un certo punto. Piazza di Spagna mai accetterà d’essere proprietà privata di uno che non sia il cuore stesso: è luogo del cuore prima che dell’urbanistica, è del mondo prima che di Roma. E’ immagine di luoghi – che sono volti, incontri, pertugi – nei quali «s’aprirà una porta». E, aprendosi, «il tumulto delle strade sarà tumulto del cuore». Anche quando le luci si spegneranno e tutt’intorno sembrerà buio pesto: «nella luce smarrita» la luce resta luce. La ragione di vita dell’ombra.
Con “Passerò per Piazza di Spagna” Pavese medita su Constance che, a guardarla, non c’è più. Passando per l’officina di mio papà (morto da poco), medito su mio padre, che c’è ancora: il vero lutto di lui non lo sconto al cimitero ma nella sua officina. Toccando il martello, guardando il tornio, accendendo il compressore, pulendo il rasaerba, cercando una vite, un chiodo. I suoi attrezzi, nell’officina, valgono lo stesso valore che per Pavese hanno «i fiori spruzzati di colori, le rondini, le scale e le terrazze» di Piazza di Spagna. L’eroe – Cesare lo sapeva per i suoi studi di antropologia – ama fare ritorno negli stessi luoghi, nel medesimo gesto, sulla stessa traccia: se in ciascuno di noi è nascosta un’Iliade e un’Odissea, allora in tutti i viaggi che gli Ulissi di ogni tempo faranno resterà sempre accesa la nostalgia di Itaca. Piazza di Spagna resta, per Pavese, il luogo di ciò che è stato, di quello che non c’è più, un’attesa che, qualora apparisse, sarebbe simile a quella di coloro che stanno aspettando una nave all’aeroporto: “Quello che ho deciso ho deciso” va ripetendo la morte, come glielo disse la Dowling al nostro poeta, tornato viaggiatore single nella stessa Piazza di Spagna.
La chiamano “fine”: la morte, un abbandono, un tradimento. Passando per l’officina di mio padre, dissento apertamente: non è la sua fine, è il mio inizio senza più papà. L’uomo che, rintracciando la sua «voce che salirà le tue scale» ci ha insegnato a indovinare inizi dappertutto: la morte è un altro inizio, di infiniti inizi. Non passeggio solitario per l’officina di mio padre come Pavese ritornando, forse, sotto la scalinata di Trinità Dei Monti. Quella di mio papà non è un’assenza: fosse tale, semplicemente non sarebbe. La sua, nel mio cuore, è una mancanza: la sento vibrare, mi cammina accanto, mi prende per mano nel tagliare l’erba col decespugliatore. Della voce di Costance così scrisse Pavese: «Sarai tu – ferma e chiara». Di quella di mio papa, correggo solo il verbo. Tolgo il futuro, lo scrivo al presente: «Sei tu – ferma e chiara». Per questo, ogni volta che ritorno in officina, «il cuore batte sussultando come l’acqua nella fontane».
Marco Pozza
Carcere “Due Palazzi”, 18 giugno 2026
Passerò per Piazza di Spagna (C. Pavese) Sarà un cielo chiaro. S’apriranno le strade sul colle di pini e di pietra. Il tumulto delle strade non muterà quell’aria ferma. I fiori spruzzati di colori alle fontane occhieggeranno come donne divertite. Le scale le terrazze le rondini canteranno nel sole. S’aprirà quella strada, le pietre canteranno, il cuore batterà sussultando come l’acqua nelle fontane – sarà questa la voce che salirà le tue scale. Le finestre sapranno l’odore della pietra e dell’aria mattutina. S’aprirà una porta. Il tumulto delle strade sarà il tumulto del cuore nella luce smarrita. Sarai tu – ferma e chiara.




