Sono figlio d’un uomo riparatore: “riparare” era il verbo preferito da papà. La gente, quando aveva qualcosa di rotto, chiamava: “Franco, non è che tu possa ripararmelo?” Papà, costi di litigare con mamma, s’intestardiva nella riparazione dell’irreparabile. Mamma, pragmatica, certe volte s’arrabbiava: “Digli che costa meno comprarlo nuovo che riparaglielo. Non vedi com’è ridotto?” Quando papà riusciva – dopo essere stato chino ore sul motore rotto – s’illuminava d’immenso e di onore. Provengo da un casato esperto in riparazioni: nonna rammendava le vesti scucite, il bisnonno (re)impagliava le sedie di legno. Per questo, l’altro ieri, sono balzato sulla sedia quando, tra le migliaia di quisquilie che un governo si diverte a promulgare, mi sembrava quasi impossibile fosse vera: il diritto alla riparazione (decreto 176/2026). Praticamente, con le mie parole, cosa afferma il decreto? Che il consumatore ha il diritto di chiedere al produttore di riparargli determinati oggetti (lavatrici, lavasciuga, lavastoviglie, frigoriferi, aspira polveri, cordless, tablet, telefoni cellulari) anche quando il difetto non ricadrà nella responsabilità del venditore prevista dalla garanzia legale: ad esempio dopo la sua scadenza. Mica una sciocchezza, soprattutto in tempo di crisi economica.
Una cosa fantastica che interviene sulla vecchia scusa che “i ricambi sono introvabili, l’intervento è troppo costoso, i tempi d’attesa sono lunghi”. Tutti degli ostacoli a favore del solito sistema di ragionare: “costa meno comprarne uno nuovo che ripararlo”. La riparazione – che ovviamente non è gratis – la si deve assicurare ad un prezzo ragionevole, in un tempo ragionevole. Unica esenzione per il produttore per negarsi alla richiesta: la riparazione risulti di impossibile fattività. Il decreto è entrato in vigore il 22 ottobre 2026. Qualche giorno prima, a Milano, uno sciame di giovani ha dato l’assalto alla città : rotture di vetri, rotture di lampioni, di scatole. Rompere è l’esatto contrario di riparare: si ripara perchè qualcuno ha rotto. Chiederanno in tanti, al carcere (visto che non conoscono altro luogo dove ficcarli) di ripararli. Ci sta: in galera la missione è di riparare la speranza. Papà, quando gli chiedevano una riparazione, si raccomandava: «Conservi bene tutti i pezzi, altrimenti non si riesce a ripararlo bene”. Difficile conservare pezzi di giovinezze così. Più facile buttarli via.
Eppure qualcuno ci dovrà provare. A riparare l’irreparabile.






