L’ultima grana per il Vaticano: cosa farne del cellulare di Papa Francesco. È la prima volta nella storia di San Pietro che la Santa Sede si trova a dover affrontare la questione “tecnologica” nel protocollo della morte del Papa, un rituale che ha una tradizione millenaria, caratterizzata da un cerimoniale rigoroso.
Sebbene nel corso degli anni questo protocollo abbia subìto alcune modifiche frutto dei tempi moderni, non ultime quelle introdotte da Francesco, le tappe più significative del cerimoniale sono rimaste intatte e altamente simboliche. Dall’accertamento della scomparsa del Pontefice all’organizzazione dei funerali, dalla sepoltura all’ordinato percorso che porta al Conclave per l’’elezione del successore di Pietro.
Nessuno però si era mai posto il problema della “dottrina” sui dispositivi elettronici. Nemmeno lo stesso Bergoglio, il quale, a differenza del suoi predecessori che non avevano un telefonino ma ricevevano le chiamate Oltretevere filtrate dalla segreteria, intratteneva rapporti personali e privilegiati attraverso il suo smart-phone.
Eppure, tra i vari documenti che ha firmato nelle ultime settimane dalla morte, non avrebbe lasciato nulla di scritto sul destino dei dispositivi elettronici. Oltre al cellulare, Francesco aveva un iPad, con tanto di iCloud, il computer e l’indirizzo email. Il tutto è stato preso in carica dalla Segreteria di Stato, custodito in un luogo inaccessibile.
Ma sul destino materiale dei “device” sembra non sia stata ancora presa una decisione. Tra le varie ipotesi al vaglio in queste ore c’è quella di rendere indisponibili tutti i dispositivi, c’è chi ritiene che vadano distrutti, c’è invece chi è fermamente convinto che una decisione mai presa nella storia pontificia spetti soltanto al prossimo Pontefice che verrà eletto in Conclave.
Insomma, nel mare magnum di protocolli, encicliche e costruzioni apostoliche, nessuno sa come gestire una questione così banale come il telefonino, perché finora nessun Pontefice aveva avuto un cellulare personale. Bergoglio invece amava chiacchierare, gestiva personalmente i suoi contatti, chiamava direttamente gli amici, i cardinali e perfino i fedeli.
«Pronto, sono Papa Francesco»: iniziavano così le incredibili telefonate che tanta gente comune, nel corso del pontificato, ha ricevuto semplicemente per aver mandato una delle tante lettere che inondano quotidianamente il Vaticano. E Bergoglio prendeva lo smartphone e chiamava coloro i quali, con la missiva di supplica al Santo Padre, lo avevano colpito, anche solo per ringraziarli.
C’erano poi le comunicazioni quotidiane con gli amici di Gaza, che Bergoglio videochiamava ogni sera, parlando delle cose più semplici: come avessero affrontato l’ennesima giornata sotto le bombe, come stessero, cosa avrebbero mangiato per cena.
Accanto alla missione pastorale, nel telefonino del Papa ci sono pure i messaggi che mandava agli amici, ai fedelissimi, ai collaboratori. Poi le chat di gruppo, anche leggere e scherzose. E tanti vocali. Francesco, fanno sapere le persone a lui più vicine, mandava una marea di messaggi vocali, più dei whatsapp scritti. Insomma, migliaia di contenuti e comunicazioni.
E ora, per la prima volta, la Chiesa deve affrontare una questione per nulla semplice, ovvero quella di stabilire la valenza del contenuto dei “device” elettronici. Le chat di Bergoglio devono essere considerate un affare privato dell’uomo, e dunque tutelate dalla privacy, o “documenti” del Papa? Anche perché quando il cardinale Bergoglio è entrato in Conclave aveva il suo numero di telefono privato, ma quando ne è uscito da Santo Padre ha abbandonato la vecchia utenza e gli è stato aperto un nuovo contratto dal Vaticano, con un numero di telefono diverso. Ai posteri. O al successore del soglio di Pietro…
Estratto dell’articolo di Rita Cavallaro per il Tempo





