La polemica sul Drappellone del Palio di Siena dell’Assunta 2026 si sposta dal giudizio sul volto della Madonna, definito “androgino” e “cupo”, a una questione più ampia: quale rapporto deve esistere tra libertà artistica, tradizione senese, committenza e natura religiosa del cencio? A intervenire, dopo le parole del cardinale arcivescovo Augusto Paolo Lojudice, è ora per conto dell’Arcidiocesi di Siena don Enrico Grassini, Rettore del Collegio dei Correttori, con una riflessione che invita a superare la contrapposizione tra sostenitori e critici dell’opera realizzata dalla pittrice romena Teodora Axente. Il punto di partenza è proprio la distanza tra la prima percezione di un’opera e la sua comprensione. «È legittimo che un’opera piaccia o meno», osserva Grassini, ma l’arte, a suo giudizio, impone di andare oltre la reazione immediata e di confrontarsi con il linguaggio e la tensione artistica dell’autore.
È una premessa che riguarda direttamente il Drappellone del 16 agosto, presentato lunedì 10 agosto nel Cortile del Podestà di Palazzo Pubblico. L’opera raffigura la Vergine al vertice di una composizione di impianto tradizionale, con il grande manto azzurro che avvolge Siena e la città rappresentata ai suoi piedi. Sullo sfondo, le nubi richiamano la battaglia di Camollia del 1526, mentre cherubini dalle forme metamorfiche e i simboli della città completano una scena nella quale convivono riferimenti alla storia, alla fede e al linguaggio contemporaneo di Axente. È soprattutto il volto della Madonna, percepito da alcuni come androgino e lontano dalla tradizione iconografica occidentale, ad aver alimentato il dibattito. Su questo punto Grassini invita a leggere l’immagine alla luce della formazione dell’artista. Axente proviene dalla Scuola di Cluj, una delle più importanti realtà artistiche dell’Europa orientale, e da una formazione cristiana ortodossa. L’androginia dei volti e le proporzioni lontane dal naturalismo, sostiene il sacerdote, non sarebbero quindi necessariamente il risultato di una volontà provocatoria, ma espressione del linguaggio personale dell’artista.
Proprio qui, però, emerge secondo Grassini una delle difficoltà del caso senese. Il Drappellone non è una tela qualsiasi e non è nemmeno soltanto un’opera contemporanea affidata al giudizio della critica. È un oggetto destinato a entrare nella vita religiosa e civile della città, legato alla corsa, alle Contrade e alla devozione mariana.






