Papa Leone, nel messaggio di Pasqua Urbi et Orbi, ha insistito sulla pace: «Chi ha in mano armi le deponga! Chi ha il potere di scatenare guerre, scelga la pace! Non una pace perseguita con la forza, ma con il dialogo!». È un filo rosso che attraversa i suoi discorsi fin dall’inizio. È una nota dissonante dal linguaggio internazionale, molto realistico e bellicoso, talvolta brutale. La pace, come visione globale è stata archiviata. Lo Statuto dell’Onu del 1945 fissava, come fine dell’organizzazione, liberare i popoli dal «flagello della guerra»: oggi la guerra più che un flagello è uno strumento facilmente usato.
Il mondo ormai è un altro. Non solo per le guerre aperte, per quelle che si trascinano irrisolte, ma anche per la volubilità delle alleanze. La Nato è sospesa. La Chiesa cattolica ha sempre considerato l’Onu un’organizzazione sorella — pur nelle differenze — e ne constata la crisi e la delegittimazione. Ma la Santa Sede ha una posizione novecentesca in un secolo diverso? Non si limita ad appelli morali, non indicando i responsabili? Un po’ fuori dal mondo?
In un certo senso lo è. La Chiesa è convinta che non bisogna archiviare le terribili lezioni del Novecento. La sua filosofia è stata espressa da tutti i papi del Ventesimo e Ventunesimo secolo. La si può veder ben espressa dalle parole di Pio XII alla vigilia della Seconda guerra mondiale: «Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra. Ritornino gli uomini a comprendersi. Riprendano a trattare». Questa persuasione è rafforzata dall’esperienza storica di decenni di guerre. Con l’aggiunta della convinzione che, con armi sempre più tecnologiche e micidiali, le guerre non si vincono e si eternizzano. Bergoglio aveva colto, con acutezza, che non si tratta oggi di una serie di conflitti locali, bensì d’una originale «Terza guerra mondiale a pezzi», come si vede con la Russia in Ucraina e gli Stati Uniti che attaccano l’Iran. È in un quadro «mondiale» che bisogna valutare le scelte di aprire una guerra e portarla avanti.
Francesco aveva espresso l’esperienza dei conflitti negli ultimi due secoli: «Ogni guerra lascia il mondo peggiore di come lo ha trovato». Questa posizione della Chiesa è distante dagli Stati e dalle loro politiche. Ma lo è anche da parte del mondo cristiano. L’ecumenismo è in crisi. Il patriarcato di Mosca appoggia la guerra russa. La resistenza dell’Ucraina è sostenuta dagli ortodossi del Paese. Il mondo ortodosso è lacerato. Gli anglicani, specie dopo l’elezione di una donna come primate, sono divisi e le Chiese anglicane africane, le più folte, si sono distaccate da Canterbury (e quali rapporti stabiliranno con il cattolicesimo?). Non si vedono tra i non cattolici, Chiese capaci di interventi autorevoli fuori dai confini nazionali. Ritornano invece in auge motivazioni cristiane e bibliche che benedicono la guerra.
La sfida più temibile viene dal mondo neo-protestante e neo-carismatico che, nel Novecento, ha conosciuto una crescita rapidissima, distanziandosi dal protestantesimo storico, e conta quasi seicento milioni di fedeli: una galassia di comunità, che per lo più s’identificano con gli Stati, disinteressate alle questioni della pace. Vari presidenti africani contano sulla fedeltà dei neo-protestanti, mentre in America Latina questi esercitano un ruolo politico interno. Il nazionalismo cristiano legittima teologicamente il potere forte. È diverso dal nazional-cattolicesimo del passato, di cui qualche riflesso si trova oggi in Orbán. I nazional-cattolici si radicavano nel cattolicesimo. Tra i neo-protestanti i riferimenti biblici sono utilizzati in chiave nazionalista, come nella preghiera dei pastori sul presidente Trump, invocando Dio «perché torniamo ad essere una grande nazione sotto Dio, indivisibile».
Settori del mondo buddista giapponese, dopo il dramma della Seconda guerra mondiale, legati allo «spirito di Assisi», sono più vicini alle posizioni cattoliche. Gran parte del mondo ebraico, anche della diaspora, è con Israele in guerra. L’islam resta variegato e coinvolto nella guerra in Medio Oriente. Dall’incontro di Assisi tra le religioni, voluto da Wojtyla nel lontano 1986, e dal cammino successivo, la Chiesa ha operato per «disarmare» tutte le religioni, tanto che nell’ottobre 2025 Leone XIV, a un incontro a Roma, nello «spirito di Assisi» ha detto con molta forza: «Mai la guerra è santa, solo la pace è santa, perché voluta da Dio!». Questa è un po’ l’eccezione cattolica, che esercita una sua influenza anche tra i non cattolici, radicata nella realtà transnazionale della Chiesa di Roma e nella sua visione sapienziale della storia. Ma anch’essa è sfidata al suo interno. In un tempo globale, ma carico di fratture, le religioni si nazionalizzano.
Editoriale di Andrea Riccardi sul Corriere della Sera tratto dal sito della Comunità di Sant’Egidio.




