Tolse le scarpe e indossò delle pantofole bianche. I primi passi un po’ incerti, a causa di quelle calzature che non erano sue, ma poi proseguì il percorso diretto verso l’area della preghiera. Era il 6 maggio del 2001, venticinque anni fa, quando il primo Papa della storia, Giovanni Paolo II, mise piede in una moschea, nel corso del suo viaggio apostolico in Siria; presidente era Bashar Al Assad. Si trattava della Grande Moschea degli Omayyadi, nella parte vecchia di Damasco, tra le viuzze del suk.
Da lì Wojtyla lanciò un appello al mondo islamico, a conoscersi meglio, cristiani e musulmani, e ad educare i giovani alla comprensione ed alla tolleranza. Nella stessa moschea il Papa ebbe anche un momento di raccoglimento di fronte al memoriale di Giovanni Battista, al cui interno, secondo la tradizione, sarebbe custodita la testa del profeta che è venerato anche dagli islamici.
Le cronache dell’epoca raccontano nei dettagli quello storico momento, che fu ripetuto poi dai successori: Benedetto XVI, Francesco e anche Papa Leone che, in meno di un anno di pontificato, ha già visitato due moschee, quella di Istanbul, lo scorso novembre, e quella di Algeri, nel suo recente viaggio in Africa.
Giovanni Paolo II venne accolto dal gran mufti Ahmed Kuftoro: “Santo Padre – gli disse parlando in arabo – lei non può immaginare la nostra gioia. Questa è una occasione che va oltre la storia e che porterà molto frutto a cominciare dalla pace nel mondo”. “E’ la prima volta che un Papa va in una moschea – gli rispose, in inglese, Giovanni Paolo II – anche per me è una giornata molto importante”. Il tutto avvenne in una grande confusione, tanto che rimasero fuori dal luogo sacro sia il cardinale Roberto Tucci, organizzatore dei viaggi papali, che Arturo Mari, il fotografo personale del Papa; uno degli uomini del Vaticano, in quel trambusto, cadde, ma senza serie conseguenze.
A rimarcare che si trattava di una “giornata ‘storica”, fu anche l’allora portavoce vaticano Joaquin Navarro, anche se il gran mufti approfittò dell’occasione per attaccare Israele e “gli ebrei sionisti” per la situazione della Palestina. “Dov’è il governo degli Stati Uniti, dov’è il Consiglio di Sicurezza dell’ Onu?”, chiedeva il leader islamico un quarto di secolo fa.
Giovanni Paolo II all’epoca camminava con il bastone, al quale si appoggiò nel momento di raccoglimento in moschea. I discorsi furono invece pronunciati fuori, nel cortile. Le cronache dell’epoca menzionano anche un fuoriprogramma: il prolungarsi della cerimonia aveva fatto arrivare l’ora pomeridiana della preghiera per i musulmani e il congegno automatico che sostituisce il muezzin scattò e chiamò alla preghiera dall’altoparlante. Una quarantina di persone, nello stesso cortile, si inginocchiarono e cominciarono a pregare.
Tra coloro che accompagnarono il Papa in questa storica visita c’erano l’allora patriarca latino di Gerusalemme Michel Sabbah, il patriarca caldeo dell’Iraq Raffael Bidawid, il cardinale di Parigi Jean Marie Lustiger, ebreo convertito al cattolicesimo che vide la madre e la sorella morire nel campo di concentramento di Auschwitz. C’era infine anche Ernesto Olivero, il fondatore del Sermig.





