Pubblichiamo l’intervista del quotidiano La Stampa al fondatore di Sant’Egidio.
L’intervista
«Ha senso impedire che l’Iran abbia l’atomica, ma infiammare il Medio Oriente è un tragico boomerang», dice Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant`Egidio, promotore di corridoi umanitari (Africa, Medio Oriente), già ministro per la Cooperazione internazionale e mediatore di pace in Mozambico, Guatemala, Costa d’Avorio.
A cosa punta l’attacco?
«Non sono sorpreso, l’attacco era nell’aria per la minaccia che il nucleare in mano agli ayatollah rappresenta per la sicurezza di Israele e la stabilità del Medio Oriente. Ora però gli effetti vanno interpretati: si accelerano i negoziati o si avvicina la caduta del regime? Non c`è risposta perché siamo nell’età della forza. Lo strumento diplomatico-negoziale è entrato in crisi ma neppure il piano strategico-militare è chiaro. Talvolta si bombarda ma per fare cosa? ».
Qual è adesso il pericolo?
«Si infiamma il Medio Oriente e l’incendio esploso tra Iran e Israele rischia di propagarsi nei paesi del Golfo e in Iran. In contemporanea poi è scoppiata la guerra afghano-pakistana, con una grande paese atomico che attacca la confinante dittatura talebana con la giustificazione che nella porosa frontiera, da sempre sotto controllo tribale, i movimenti terroristi trovano nel regime di Kabul il loro santuario».
Sono episodi della “terza guerra mondiale a pezzi”?
«Casi diversi per natura ma accomunati dal rilancio del ruolo internazionale della Russia che accusa gli Usa di non essere sinceri nei negoziati sul nucleare iraniano e che si presenta come mediatore tra Pakistan e Afghanistan. Occorre capire se l’attacco israelo-americano è solamente un uso avventato della forza oppure è un passaggio nel processo negoziale. Intanto in Occidente abbiamo dimenticato in fretta gli orrori degli ayatollah: i 30 mila manifestanti uccisi, le 800 esecuzioni capitali, le raffiche di arresti degli oppositori. Il regime è prigioniero del dogma che non vadano mai accolte le esigenze del popolo perché quando lo fece lo Scià iniziò lì la sua fine».
Un regime sotto assedio?
«Gli iraniani vogliono libertà ma il regime, pur fragile e paranoico, è una grande costruzione con una base di personale molto larga. Oltre a minare la sicurezza di Israele e i rapporti con i paesi del Golfo un Iran atomico significa chiudere a chiave un intero popolo. Un’autocrazia con l’atomica è quanto di peggio esista al mondo. Il resto dell’arco sciita rifiuta la tutela teocratica, l’Iraq di al-Sistani e Najaf è diverso dalla dittatura clericale di Khomeini che si fonda sulla violenza e i colossali interessi economici dei pasdaran».
Perché Putin guadagna maggiore spazio di manovra?
«È una delle contraddizioni dell’età della forza. L’aggressore russo si ritrova con gli ucraini privi dell’appoggio Usa più disponili a trattare a causa delle enormi sofferenze dei civili. Intanto diventa mediatore nel conflitto afghano-pakistano e guarda con occhio da potenza pacificatrice le intemperanze belliche israelo-americane in Iran. Un mondo nel caos in cui i paesi non sanno più parlarsi e manca un’organizzazione mondiale in cui discutere i problemi».
Si tratta quindi di un fallimento della diplomazia?
«La mediazione non agisce con lo strumento diplomatico. Per essere veri i negoziati non debbono per forza essere istantanei, possono durare anche due anni, però serve che abbiamo una loro forza. Invece siamo in pieno disordine mondiale e il ricorso sistematico alla forza innesca incendi che possono scappare di mano a chi li ha provocati diventando qualcosa di più grosso. Se i colpi degli iraniani causano danno seri e generano una reazione pesante diventa difficile tornare indietro. Andava tentata una mediazione internazionale prima di passare alla guerra anche tra Afghanistan e Pakistan che è una potenza atomica con un esercito e servizi segreti di buon livello e una forte coesione interna malgrado la complessità».
E cambia la geopolitica?
«Sì. Alleanze variabili, relazioni con gli Usa, armamenti cinesi. Orma il modello della fedeltà al blocco non esiste più. Lo dimostra la Turchia che sta nella Nato ma fa una politica tutta sua, ha buoni rapporti con la Russia, tiene relazioni con l’Ucraina, patrocina il nuovo governo siriano, ha il suo proconsole Haftar in Libia, ha la meglio sui curdi. Con la leadership americana partita isolazionista, in uscita dall’Iraq ma in mezzo a decine di altri focolai. Trump doveva portare la pace in Ucraina in un giorno e invece non si capisce chi sia in campo nella crisi. Un mondo infuocato che ricorda il “grande gioco” del colonialismo britannico dell’Ottocento”. Episodi senza un piano e con possibili seguiti inaspettati. Si inizia senza sapere come proseguirà».
Prevede ora un effetto-domino sul Medio Oriente?
«Abbiamo a che fare con la fragilità dell’Iraq e con una Siria che cerca una nuova coesione ma dentro ha i drusi sostenuti da Israele, non ha risolto la questione degli Alawiti e non sa come assimilare i curdi. Nella ipersensibilità del Libano i conflitti della regione si ripercuotono drammaticamente. Libano, Iraq e Siria sono tre Stati distinti con storie politiche diverse. La loro origine viene dagli accordi Sykes-Picot (dal nome dei negoziatori) nel 1916, tra Francia e Gran Bretagna. Crearono una nuova architettura statuale nel vasto dominio dell’Impero ottomano, che si estendeva dall’Europa all’Arabia, inglobando il Medio Oriente. La popolazione dell’Impero, dominato dai turchi, era varia: accanto agli arabi sunniti, i cristiani (ortodossi, armeni, maroniti, siriaci), gli ebrei, i curdi, gli yazidi. C’erano pure altre comunità musulmane: gli sciiti come nell’Iraq meridionale o in Libano, gli alawiti o i drusi. Un mosaico complesso finito in mille pezzi».
Nuovi attori in campo?
«Ci sono le mire di Putin e Xi mentre è sempre più difficile nella regione far convivere mondi religiosi ed etnici così diversi. L’attacco al regime dei ayatollah non è visto male nel resto dell’arco sciita. Gli iraniani sono un popolo antico e di profonda cultura, i profughi sono ovunque ma la potenza dello stato iraniano poggia su basi solide e il rischio è che adesso il regime esca rafforzato da un attacco improvvido e senza lungimiranza» .
Perché dall’Iran può uscire destabilizzata la regione?
«Da anni quel mondo è stato sconvolto dalle guerre e dalla violenza fanatica: sarà difficile ricostruirlo. Per esempio In Iraq, nel 2003, gli Stati Uniti hanno fatto la guerra a Saddam Hussein, sostenuto dai sunniti. Così l’Iraq, in preda al terrorismo, si è scomposto: i curdi, oppressi da Saddam, hanno conquistato l’autonomia, mentre gli sciiti sono diventati determinanti. Le conseguenze geopolitiche emergono a lungo termine, spesso quando è troppo tardi».
Testo e foto: santegidio.org






