Provare paura fa parte della comune esperienza della vita e oltre che irrinunciabile è un’esperienza necessaria. Probabilmente non conosceremmo l’esistenza dei pericoli o degli imprevisti e non considereremmo neppure la possibilità del fallimento e della sconfitta, se non esistesse questo stato emotivo che ci caratterizza: la paura. Di fronte alla percezione di un pericolo, sia esso reale che fittizio, il corpo invece produce l’ormone dell’adrenalina, che traspare anche nell’esteriorità del fisico oltre che a livello emotivo e in tale situazione noi siamo preavvisati, cioè messi in allarme dalla possibilità di una catastrofe, di una tragedia o comunque di una negatività. Si tratta quindi di un’esperienza che, come il dolore, è molto utile e a volte indispensabile; essa tuttavia va sempre controllata e dominata.
Come il dolore non può avere la prevalenza, neppure il timore deve dominarci e lo stato emotivo iniziale di inquietitudine va sempre superato, io credo, con il buon senso e la razionalità. A mo’ di esempio, quando ero bambino temevo tantissimo i cani di qualsiasi razza, dimensione o provenienza, piccoli o grandi, mansueti o aggressivi che fossero. Anche un innocuo barboncino mi metteva in sussulto al suo abbaiare; esitavo perfino a scendere dall’auto quando, con la mia famiglia, si andava a trovare delle persone che avevano a casa un cane e questo timore si protrasse fino alla prima adolescenza. Un po’ alla volta poi la ragionevolezza ebbe la meglio sulla paura.
Mi concentravo ogni volta su riflessioni del tipo: “Siamo in tanti, perché quel cane deve mordere proprio me?”; “Non credo che il padrone abbia intenzione di farmi mordere”; “Se dovesse succedere, il padrone ne pagherebbe i danni e le conseguenze, quindi non può avvenire che accada” e allora un po’ per volta cominciai a superare quel timore morboso dei cani che in ogni circostanza mi impediva di vivere e di relazionarmi. Dominare la paura è molto più semplice e nella maggior parte dei casi riesco ad ignorare o, secondo i casi, accettare e accogliere questi cari amici dell’uomo, anche se il problema non è del tutto risolto: la mia cinofobia persiste relativamente a quelle razze canine aggressive come i cani lupo o simili, i cui latrati cerco sempre di evitare quando mi trovo a suonare a un campanello o quando non posso proprio ignorarli per strada.
Avere paura è proprio di tutti, fa parte della natura umana e tale stato emotivo si riproduce regolarmente ad ogni situazione di cui non abbiamo esperienza o della quale non ci sentiamo all’altezza. Occorre tuttavia che non si tramuti in un’ansia immotivata e c che non prenda il sopravvento sul nostro vivere. Se ci si sente timidi, occorre lanciarsi avanti, considerando che, se anche sbagliassimo o facessimo brutta figura, non saremmo gli unici a commettere imperfezioni. Nessuno poi è così impeccabile da non sbagliare mai una volta. Il pericolo va certo evitato, occorre adottare tutte le precauzioni e le misure difensive, ricorrere alle armi più appropriate, ma il timore non deve precluderci la lotta. Chi dice d’altra parte che non siamo in grado di vincere? E a volte si vince anche accettando la sconfitta. Di fronte ai pericoli certi e immediati, la paura può sempre sorprenderci ma è possibile dominarla e superarla, con la calma, la ragionevolezza e la concentrazione. Gridare dalla paura durante una rapina in banca può essere ridicolo oltre che fatale: chi usa il mitra può sparare perché è lui ad aver paura.
Anche Gesù, uomo come tutti quanti sebbene Dio, faceva esperienza della paura, specialmente nella famosa trepidazione al Getzemani e non è improbabile che, come tutti, avesse avvertito una sorta di fremito ogni volta che predicasse nel tempio o nella sinagoga. E l’indecisione gli serviva a mantenersi nell’umiltà, per non esaltare oltremodo se stesso. Nella sua vita e nei suoi insegnamenti, Gesù aggiunge un’altra caratteristica per debellare il timore e la paura: la fede profonda in Colui che ci da’ la forza e per il quale abbiamo fatto una scelta. Nella fede si sperimenta che Dio, seppure richieda da parte nostra a volte delle scelte eroiche, coraggiose e determinate, non ci abbandona e non ci fa’ mancare mai quel “coraggio della verità” che è necessario per affrontare e vincere ogni sfida. Chi è nelle mani di Dio è prezioso. Non viene abbandonato alla fatalità o alla sventura: se i passeri godono della protezione del Creatore, tanto più la creatura più nobile di Dio, l’uomo, può contare sulla sua protezione e sulla sua provvidenza.
Chi poi è chiamato alla missione dell’annuncio della Parola divina, gode costantemente della grazia e dei favori divini, che nonostante la paura e la titubanza sono sempre di monito alla perseveranza e alla fiducia. Così avviene nel lacrimoso Geremia (I Lettura), disperso e demoralizzato perché vittima delle ritorsioni del suo popolo che lo ritiene fastidioso per aver detto semplicemente la verità. Vorrebbe inizialmente non parlare nel nome di Dio per non subire avversioni e liti, ma avverte poi un imperativo interiore che gli ordina di non tacere, di persistere nella sua missione: La Parola di Dio è come un fuoco che non può essere trattenuto (Ger 20, 9). Nella sventura avverte peraltro che il Signore gli sta accanto e che non deluderà le sue attese. Sulla stessa linea gli apostoli, dapprima pavidi e circospetti per il timore di persecuzione da parte dei Giudei, poi in forza dello Spirito animati dal coraggio apostolico che li sospinge ad affrontare ogni pericolo, nella consapevolezza che il Signore agisce in loro e sostiene sempre più i loro sforzi, per cui si lanciano nella missione senza riserve.
La fede nello stesso Spirito e in Gesù risorto che è sempre con loro anche se nella forma invisibile, tramuta la paura nella “parresia”, cioè nel coraggio apostolico. Durante il Noviziato ricordo che il P. Provinciale mi disse una volta: “Chi ha paura del futuro in realtà non ha formazione”, riferito ai seminaristi, ma con un riferimento a tutti. Soccombere alla paura vuol dire infatti non essersi radicati nella fede profonda e costante, non aver acquisito la consapevolezza di non essere soli nella missione e di essere sostenuti dalla grazia. Darla vinta alla paura è non essere convinti che “tutto posso in Colui che mi da la forza” (Fil 4, 13) e di conseguenza scacciare tutti i pensieri in negativo. Aver paura cii mantiene nell’umiltà, ma soccombere alla paura vuol dire non avere formazione e fede costante.
La fede vince sempre sulla paura accanto alla razionalità e al buon senso. Credere in Colui del quale siamo emissari ci motiva e ci sprona e nel momento della lotta il coraggio e l’audacia ci fanno dimenticare di aver esordito nel timore. La fiducia in Dio che ci ama, che provede a noi su ogni cosa, che ci arma nella missione che ci ha conferito, che ci guida e ci indirizza, questa risorsa toglie spazio a ogni sorta di timore e di esitazione. Don Abbondio ne I Promessi Sposi si giustifica dicendo che “il coraggio nessuno lo da a se stesso” quasi a giustificare la sua volta; il Cardinale Borromeo gli ribatte che il coraggio è una grazia divina. Chi crede, chi è consapevole di una vocazione a cui deve far fronte, non mancherà di chiederlo a Dio. E in tutti i casi il coraggio è motivato da una scelta etica radicale di coerenza con quanti ci siamo proposti, per la quale non possiamo fare a meno, oltretutto, di subire persecuzioni e martirio.
“Non abbiate paura” esortava Giovanni Paolo II “Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo”. Con parole semplicissime e convinte, il pontefice invitava tutti alla fede e alla speranza in Colui che ci da’ la forza e il sostegno su ogni cosa e la fede in lui ci da’ il coraggio necessario per lanciarci avanti senza riserve. E’ Cristo infatti il criterio, lui la motivazione, lui il fine per cui non dobbiamo avere paura.




