Quante candele saranno state accese in Duomo, in più di seicento anni? E che quantità altrettanto vertiginosa d’incensi potrebbe essere stata liberata, nel corso di sei secoli, all’interno della cattedrale? E poi le ossidazioni e le calcificazioni, l’umidità e le intemperie: per questo tempo inconcepibilmente dilatato, polveri e fuliggini si sono silenziosamente depositate sulle decine di figure e sui decori, sugli intarsi e negli interstizi del gigantesco portale della sacrestia capitolare (a destra dell’altare), una colossale scultura dedicata alla vita della Vergine e all’infanzia di Cristo, come un presepe di pietra che s’arrampica verso l’alto. Fu terminato nell’anno 1396, dal maestro tedesco di scultura Hans von Fernach, che aveva lavorato per sei anni, dirigendo quasi duecento scalpellini.
Seicentoventisette anni dopo, nel 2023, il portale era ormai coperto di nero, da spessi strati di polvere rappresa, quasi occultato da una densa patina di sporco che s’era aggrappata a quella scultura d’una «minuziosità commovente»: la pietra era in quelle condizioni quando i restauratori hanno iniziato a spolverare e stendere il gel di agar-agar, che s’è «mangiato» buona parte dello sporco. Il restauro è (quasi) concluso, e così oggi monsignor Gianantonio Borgonovo, arciprete del Duomo e direttore dell’area conservazione della Veneranda Fabbrica, annuncia: questo «straordinario libro di pietra e colore può tornare a essere riletto».
La cattedrale ha due sacrestie, quella settentrionale (o Aquilonare, restaurata nel 2021) e quella capitolare (il restauro sarà concluso tra qualche mese; nei prossimi fine settimana l’ambiente però sarà già visitabile). Due ingressi perfettamente simmetrici, da una parte e dall’altra dell’abside, progettati all’inizio perché stessero lì a «guardarsi» nella vastità di quello spazio arcuato, delimitato dai muri più antichi del Duomo. La prima pietra della costruzione della cattedrale risale al 1386; dieci anni dopo le sculture delle due sacrestie erano già completate.
Racconta Francesco Canali, direttore dei cantieri della Veneranda fabbrica, un ingegnere che sente la poesia delle pietre: «Cominciò in questo spazio vuoto, enorme, semisferico la costruzione del Duomo, i due portali delle sacrestie furono i primi oggetti finiti, il restauro ci rimette in contatto con lo spirito del tempo e con il filo dell’eredità che le maestranze di oggi hanno ereditato de quelle antiche».
Decine di figure miniate nel marmo. Una folla stretta vibrante nella pietra. L’angelo che regge il calice, il venditore d’olio, San Matteo evangelista, devoti inginocchiati, le vergini sagge e le vergini stolte, l’angelo annunciante, San Giuseppe, i magi adoranti, la madonna col mantello e la madonna lactans, la presentazione al tempio e la scena della deposizione. Una ricchezza che genera smarrimento. E (ri)scoprendo il marmo, i restauratori hanno trovato inattese tracce d’antichi pigmenti: «Tutto in origine era colorato, d’azzurro e di rosso – racconta Elisa Mantia, coordinatrice dell’area cultura della Veneranda Fabbrica – ma soprattutto l’oro decorava le vesti, i capelli, le barbe, le cinture dei personaggi». Il candido marmo d’oggi, sei secoli fa, era un «enorme tabernacolo d’oro».
Estratto dell’articolo di Gianni Santucci per il Corriere della Sera






