La situazione mondiale fa sì che il destino stesso dell’umanità possa essere compromesso. Ma, ammonisce il Papa, “Dio non vuole questo. Il suo Nome santo non può essere profanato dalla volontà di dominio, dalla prepotenza e dalla discriminazione: soprattutto, mai dev’essere invocato per giustificare scelte e azioni di morte”.
Forse il discorso di Leone XIV a Malabo, in Guinea Equatoriale, è uno sguardo all’interno di quella che potrebbe essere la sua prima enciclica. Perché di fronte al corpo diplomatico e la società civile, Leone XIV spiega che la dottrina sociale è una bussola che aiuta ad orientarsi nelle “cose nuove”. Sottolinea come i rapidi sviluppi tecnologici hanno creato altri sbilanciamenti, tutti da definire. Mette in luce il ruolo della Chiesa nell’aiutare allo sviluppo. E, ricordando l’anniversario della morte di Papa Francesco, Leone XIV ribadisce l’appello a “dire no ad una economia dell’esclusione e dell’inequità”.
Benvenuti a Malabo, il centro amministrativo della Guinea Equatoriale, mentre è stata costruita una nuova capitale, che si chiama Ciudad de la Paz, città della pace. Un auspicio, certo, impegnativo, per quello che è l’unico Paese africano ispanofono, dove il presidente è, ormai dal 1979, Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, cosa che ne fa il capo di Stato, non monarca, in carica da più tempo nel mondo. Fu lui che accolse Giovanni Paolo II nel 1982, ed è ancora lui, quasi 44 anni dopo, ad accogliere Leone XIV, il quale, infatti, ricorda al presidente come il suo predecessore lo abbia definito “un centro simbolico” su cui il popolo riponeva le speranze per un futuro migliore. Ed è, in fondo, ancora così, in un Paese che alcuni hanno definito una “cleptocrazia perfetta”, dove la povertà è estrema e la ricchezza è concentrata in poche mani, e deriva soprattutto dalla produzione di petrolio (i giacimenti sono stati scoperti 30 anni fa), che ne fa paradossalmente uno dei Paesi con il PIL più alto dell’Africa.
L’accoglienza, come sempre in Africa, è festosa. La Papamobile taglia la città tra due ali di folla quasi euforiche. La presenza del Papa è per il popolo un segno di speranza e dall’arrivo all’aeroporto fino al palazzo presidenziale c’è una folla che non smette mai di cantare e di ballare. Il Papa e il presidente si incontrano per trenta minuti in privato, parlando in spagnolo, e prima del discorso del Papa uno spettacolo di luci accoglie il Papa e il presidente.
La situazione specifica del Paese, con il potere da anni sempre nelle stesse mani e la ricchezza concentrata nelle mani di pochi, è il contesto in cui si muove il discorso di Leone XIV. Il quale sottolinea la responsabilità di “chiunque sia investito di responsabilità pubbliche”, e sottolinea di essere a Malabo per “confermare nella fede e consolare il popolo di questo Paese in rapida trasformazione”.
Leone XIV riprende il suo amato Sant’Agostino, e la sua lettura della città di Dio e della città dell’uomo, che esistono assieme fino alla fine dei tempi, mentre gli esseri umani manifestano ogni giorno, con le loro decisioni, a quale di queste società vogliono appartenere.
Il Papa ricorda la nuova capitale in costruzione, che porta il nome di Ciudad della Paz, nome “in cui sembra risuonare quello della Gerusalemme Biblica”, e che il Papa auspica “interroghi ogni coscienza su quale città voglia servire”, poiché “per il grande padre Agostino la città terrena è incentrata sull’amore orgoglioso di sé (amor sui), sulla brama di potere e di gloria mondani che portano alla distruzione”, ma i cristiani sono “chiamati da Dio ad abitare nella città terrena con il cuore e la mente rivolti alla città celeste, la loro vera patria”.
Leone XIV sottolinea che “ogni essere umano può apprezzare l’antichissima consapevolezza di vivere sulla terra come di passaggio”, e che dunque è importante avvertire “la differenza tra ciò che dura e ciò che passa, conservandosi libero dall’ingiusta ricchezza e dall’illusione del dominio”.
Ed è qui che Leone XIV presenta la Dottrina Sociale della Chiesa, “un aiuto per chiunque voglia affrontare le cose nuove che destabilizzano il pianeta e la convivenza umana, cercando prima di tutto il Regno di Dio e la sua giustizia”.
Il Papa sottolinea che la missione della Chiesa ha come parte fondamentale quella di “contribuire alla formazione delle coscienze, mediante l’annuncio del Vangelo, l’offerta di criteri morali e di autentici principi etici, nel rispetto della libertà di ogni individuo e dell’autonomia dei popoli e dei governi”, e l’obiettivo della Dottrina Sociale è “educare ad affrontare i problemi, che sono sempre diversi, perché ogni generazione è nuova, con nuove sfide, nuovi sogni, nuove domande”.
Leone XIV ribadisce, come ha già fatto in Angola, che “è compito inderogabile delle Autorità civili e della buona politica rimuovere gli ostacoli allo sviluppo umano integrale, del quale la destinazione universale dei beni e la solidarietà sono principi fondamentali”.
Il Papa ricorda che “non si può nascondere, ad esempio, che la rapidissima evoluzione tecnologica cui stiamo assistendo ha accelerato una speculazione connessa al bisogno di materie prime, che sembra far dimenticare esigenze fondamentali come la salvaguardia del creato, i diritti delle comunità locali, la dignità del lavoro, la tutela della salute pubblica”.
Leone XIV sottolinea che “oggi, rispetto ad alcuni anni fa, è ancora più evidente che la proliferazione dei conflitti armati ha tra i suoi principali moventi la colonizzazione di giacimenti petroliferi e minerari, senza riguardo al diritto internazionale e all’autodeterminazione dei popoli”, mentre “le stesse nuove tecnologie appaiono concepite e utilizzate primariamente a scopi bellici e in cornici di significato che non lasciano intendere una crescita di opportunità per tutti”.
Il Papa rimarca che “senza un cambio di passo nell’assunzione di responsabilità politica e senza rispetto delle istituzioni e degli accordi internazionali, il destino dell’umanità rischia di venire tragicamente compromesso”.
Leone XIV lo afferma con forza: “Dio non vuole questo. Il suo Nome santo non può essere profanato dalla volontà di dominio, dalla prepotenza e dalla discriminazione: soprattutto, mai dev’essere invocato per giustificare scelte e azioni di morte”.
Il Papa chiede dunque alla Guinea Equatoriale di “verificare le proprie traiettorie di sviluppo
e le positive opportunità di collocarsi sulla scena internazionale a servizio del diritto e della giustizia”. In fondo, si tratta di un Paese giovane, che può trovare nella Chiesa “aiuto per la formazione di coscienze libere e responsabili, con cui andare insieme verso il futuro”, poiché “in un mondo ferito dalla prepotenza, i popoli hanno fame e sete di giustizia. Bisogna stimare chi crede nella pace e osare politiche controcorrente, con al centro il bene comune”. (ACI Stampa).
Foto: Vatican Media






